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DEDIZIONE

DEDIZIONE

Il sorriso era un particolare che ricordo molto bene.
Proprio ieri al telegiornale intervistavano due giovani giapponesi al festival d’oriente, erano sorridenti ed entrambe affermavano che il sorriso è un atteggiamento positivo, un segnale di apertura.
Mentre i ricordi si sommano e l’esperienza ci arricchisce cerco di trovare dei denominatori comuni, come una via da seguire, un modello che continui ad accompagnarmi e che si modifica come la scarpa vecchia ormai domata dal piede forte.
Il modello non è sempre lo stesso, diventa come noi scegliamo di essere, di vivere, di relazionarci agli altri.

Il sorriso era accompagnato da gesti precisi, azioni misurate, voci pacate.
Le azioni e il tono della voce di un educatore sono atteggiamenti importanti, possono lasciare impronte indelebili in ogni giovane studente.
Incontrare persone competenti e desiderose di trasmettere non solo la materia insegnata, ma l’amore per lo studio e la lettura oltre alla curiosità nel voler conoscere è una fortuna che capita raramente.

Oltre al sorriso era presente un dono particolare : la dedizione.
Una dote purtroppo non sempre presente negli insegnanti inquadrati come “lavoratori”.
Molti ritengono sia sufficiente svolgere il proprio lavoro anche senza quella dedizione necessaria.
Nel dizionario per dedizione si intende
“dedicarsi totalmente e senza riserve a una persona o a un’attività, un ideale”

Il sorriso e la dedizione non erano le caratteristiche principali, ne traspariva un’ altra non meno importante: l’assenza di pregiudizi. Ognuno poteva affidarsi a quella persona sorridente, sapeva di trovare rifugio, consiglio, e comunque indenne da commenti di qualsiasi genere.

Se dovessi insegnare vorrei farlo in quel modo, e oltre a seguire e linee guida molto chiare sopra elencate, consegnare il seguente regolamento ad ogni giovane allievo :

ogni cosa che potrò insegnare sarà qualcosa di pratico e non di teorico
dovranno imparare insieme a me
dovranno sbagliare non una ma chissà quante altre volte
non dovranno avere paura di sbagliare
un loro errore conterà più di cento attività svolte bene con l’aiuto di altri
quello che riusciranno a produrre sarà frutto del loro lavoro e nessuno si dovrà permettere di disprezzarlo
dovranno sempre confrontarsi con i compagni
la collaborazione e lo stimolo a lavorare bene in gruppo saranno il loro punto di forza
ognuno ha i suoi problemi e chi entrerà in classe li dovrà lasciare fuori
un laboratorio è un luogo dove la trasmissione delle competenze deve essere continua
tutti dovranno collaborare e sarà compito dei migliori aiutare gli svantaggiati
all’ingresso un cartello – non si finisce mai di imparare, orario di lavoro : l’intera vita –

E’ iniziata una nuova attività, non ho mai insegnato e sarà una delle prossime azioni, non mi sottraggo quando mi si chiede di mettermi in gioco.

Spero di poter tenere le lezioni con la passione e dedizione dell’insegnante che conobbi molti anni fa.

p.s. ho sempre copiato foto e vignette dalla rete senza chiedere nulla ed indicare le fonti, le immagini di questo articolo sono prese dal blog :
http://nonnamia.iobloggo.com/151/il-potere-del-sorriso
è un inizio, a breve cercherò di inserire il disclaimer del copyright all’interno del blog anche se non so bene come fare.

DEDIZIONE

 

PESCA SPORTIVA

PESCA SPORTIVA

Occorreva partire nella notte per arrivare al luogo magico prima dell’alba.
Lo spettacolo delle prime luci che penetrano nel fitto del bosco era un evento imperdibile, gocce di rugiada sotto le foglie spesso creavano arcobaleni di mille colori nel sottobosco.
Qualche predatore ancora si attardava al limitare del bosco, erano frequenti incontri di faine, volpi, ma nessuna di esse restava a farmi compagnia. Dopo mezz’ora di cammino spesso mi arrampicavo su un albero posizionato proprio vicino al fiume; il punto preferito per l’osservazione dei pesci.
Il fiume in quel punto era limpidissimo, nel grande tonfo potevano esserci anche tre metri di profondità, i pesci nuotavano su fin quasi al pelo dell’acqua.
Una osservazione molto attenta poteva mettere in relazione i comportamenti dei pesci agli eventi circostanti al fiume come cambiamenti di vento, di luce, la posizione del sole, le nuvole.
Mi interessava conoscere il loro modo di alimentarsi, le ragioni dei loro guizzi in aria, le posizioni assunte nel fiume, i luoghi preferiti in ogni ora del giorno.
Nessun pescatore avrebbe perso tempo come me, io lo sapevo.
Avevo letto molti libri sui pesci, il loro modo di alimentarsi, poi i mensili di pesca con gli elenchi delle esche più costose e prelibate, tutti argomenti noti, ma potevano averli anche altri pescatori.
Mi occorreva di più, quella parte affascinante che supera il momento della pesca stessa, la conoscenza del pesce. Li avrei potuti chiamare per nome.
L’albero era scomodo, il ramo mi aveva sempre sostenuto egregiamente, me ne stavo lì, silenzioso, in contemplazione. Forse anche quella volta le canne sarebbero rimaste nell’auto.
Poi ecco in arrivo nuvole basse, grigie annunciatrici di pioggia imminente.
Lo avevo notato altre volte, con le nuvole, i pesci predatori, specie i cavedani, tendevano ad assumere più cibo del solito. Insetti di ogni tipo si abbassavano di quota, fino ad arrivare al pelo dell’acqua. Per i predatori era un banchetto.
In fretta montai le canne, era il momento, se avessi le montate prima… tempo perso.
Avevo osservato bene quale tipo di insetti c’era in giro, mi ero costruito un’esca, con quelle caratteristiche.
Un uomo che lotta ad armi quasi pari con un animale. L’uomo vince dopo aver osservato attentamente. Uno dei più grossi cavedani visti prima dall’albero abboccò e poco dopo era nel retino.
Prima di smontare le canne lo accarezzai come tutti i pesci che pesco e lo liberai nel suo elemento naturale.
Non mi ero aiutato come i pescatori dell’atlantico dotati di sonar, o con esche modernissime che richiamano anche il pesce più addormentato, avevo fatto tutto da solo, perché la pesca è uno anche uno sport e lo si dovrebbe considerare come tale.

 

questo racconto è stato pubblicato nel libro  Oichebelcastello racconti

di Roberto Francalanci

potete acquistare il libro in formato digitale o cartaceo su Amazon

CEFALO ALL’ORISTANESE

CEFALO ALL’ORISTANESE

Alcuni anni fa ho trascorso con la famiglia un paio di settimane nella penisola del Sinis in Agosto.
L’appartamento era grandissimo, a disposizione anche un fornello esterno per cuocere alla brace.
Siamo italiani e non ci facciamo mancare niente anche in vacanza.
Gli stagni di Cabras sono una zona famosa per l’allevamento dei cefali. Fu così che decidemmo di cuocere cefali alla brace.
La famiglia sarda ci aveva dato in affitto l’appartamento e ci spiegò come loro effettuavano la cottura del cefalo.
Quando sono in vacanza assaggio tutto quel che posso. Se possibile faccio esperienze di cotture nuove. E fu così che mi cimentai con il cefalo all’oristanese.
La particolarità di questo cefalo è che va cotto senza eviscerare.
Ci spiegarono che nella loro zona i pesci vengono messi in vendita “puliti” nel senso che le loro visceri non contengono il loro usuale contenuto.
C’è una tecnica particolare per ottenere questo, il trattamento viene esteso a tutti i cefali venduti e sarebbero guai se un acquirente di cefalo trovasse un cefalo non pulito.
Detto questo le altre differenze stanno nella durata della cottura e nella temperatura dei carboni.
E’ necessario che la pelle non si fori durante la cottura. Il cefalo dovrà solo appoggiare sulla griglia, non deve essere compresso in alcun modo.
Non dovrete girarlo con la forchetta o altro materiale a punta, ma solo con le mani.
Si , ho detto le mani, e per non bruciarsi basterà bagnarsi le mani in una bacinella con acqua salata.
Nella bacinella con acqua salata metterete un bel rametto di rosmarino e un un cucchiaio di olio di oliva, servirà per cospargere di acqua salata il pesce.
Durante tutta la cottura di circa un’ora si dovrà mantenere sempre il fuoco basso, senza fiamme e carboni scoperti.
Dovete osservare la pelle del pesce, se “bolle” ; nel senso che se ci vedete delle piccole bollicine vuol dire che la temperatura è troppo alta.
Dovete limitare la ventilazione della brace, mettete intorno al braciere delle tavolette di legno o lamiera, coprite i carboni troppo incendiati con cenere, dovete tenere il fuoco più basso possibile.
Girate spesso il pesce sempre con le mani, io temo veramente i manici dei tegami e prendo tutto con le presine, ma dopo molti sospetti ho girato il pesce e non si sente davvero nulla.
Il pesce servito caldo non necessita nulla, solo l’appetito, se proprio volete potete procurarvi uno spremiaglio e preparare un sugo con olio di oliva e il succo tre o quattro spicchi di aglio.
Cosa posso dire ancora ? Il cefalo non è tra i pesci che preferisco, ma quella volta in assoluto, non so se per la freschezza del pesce, la particolare cottura, la fame dopo un’intensa giornata di mare, vi garantisco che quel cefalo ha lasciato un piacevole ricordo nel mio palato.

Ingredienti :

– cefalo (da almeno 800/900 grammi)
– sale
– rametto di rosmarino
– aglio
– voglia di scoprire nuove ricette

LEGGERE LIBRI

LEGGERE LIBRI

Faceva male. La sensazione di dolore non iniziava subito, ma dopo un quarto d’ora iniziava, poi sempre di più.
Era l’unico luogo dove aveva un momento libero per sé, la ragazzina di campagna degli anni trenta.

Faceva male. Il bagno non era dotato delle comode sedute odierne. Rimanere inginocchiati nell’angusto spazio maleodorante dotato di “buca” lasciava dolori ai ginocchi e righe rosse nella pelle. La ragazzina si portava in quell’angolo di intimità tutto quello che trovava da leggere, libri, riviste, ritagli di giornale. Leggere le dava gioia, quella scomoda posizione del procurava dolore.

Faceva male. Mentre leggeva le risuonavano in mente i vecchi adagi di famiglia :
– “il mal cercone non è mai troppo ! “ – (traduzione per chi non avesse capito….“se sei tu a cercarti il male, quello che trovi non è mai abbastanza” N.d.A.)
Ne derivavano malesseri psicologici, il suo era un gesto di disobbedienza alla famiglia, si sentiva in colpa per questo.

Faceva male. Era l’unica opportunità per sottrarsi ai ritmi estenuanti di lavoro degli adolescenti. Leggeva e piangeva. Lo sapeva che se l’avessero vista le avrebbero detto che è tempo perso, non serve a nulla.

Faceva meno male. C’era un altro adagio, le veniva in soccorso e leniva quei dolori :
– Tutto il male non vien per nuocere ! – La ragazzina sperava che il sacrificio le potesse servire a qualcosa prima o poi.

Sperava. La speranza si presenta a coloro che osano. La sua maestra di campagna riponeva in lei gran fiducia, aveva suggerito ai genitori di farla studiare. I genitori non l’ascoltarono. Dovette lottare, sempre, come tutti coloro che non si arrendono all’ineluttabile.

Lottava. Si, quel male servì per farla diventare una adulta responsabile. Dovette lottare sempre e non abbassare mai la guardia nemmeno nel crescere i figli e cercare di infondere loro un giusto senso di responsabilità.

Penso a questo breve racconto e alla notizia degli abbandoni scolastici in Italia dalla scuola dell’obbligo fino all’università, siamo primi in Europa, non possiamo esserne orgogliosi.
Penso anche che le istituzioni scolastiche debbano cominciare a considerare gli studenti come “esseri pensanti” e non semplici contenitori in grado di recepire chilometrici programmi.
Forse è solo un problema di approccio.
Poi oltre al programma scolastico i genitori dovrebbero scegliere un programma casalingo di cultura che non sia solo quella dei giochini.
La scuola non basta più, occorrono degli integratori culturali. Se non esistono, scriviamoli noi !

TECNOLOGIA FIAMMEGGIANTE

TECNOLOGIA FIAMMEGGIANTE

Ci sono tutti ! Si può chiudere !
E’ il grido del domatore quando si accorge che i leoni sono tutti in gabbia.
Con la stessa battuta si indica con una punta di ironia anche un gruppo di persone fuori di testa all’interno di un fabbricato o un’azienda.
Si, forse siamo arrivati, forse non tutti, ma quasi tutti.
Sprazzi di ricordi si sovrappongono, macigni nella memoria fisica.
Il virtuale si sovrappone al fisico, lo sostituisce, le due entità si confondono.
Sono oltre venti anni che usiamo email come mezzo di comunicazione.
Imparai in fretta a spedire email, ed era più comodo delle cartoline !
Non era nemmeno necessario il francobollo.
L’apprendimento dell’uso di tale servizio prevedeva una “netiquette” , un decalogo sul comportamento per gli utilizzatori.
Ce ne siamo dimenticati.
Ho trovato in rete regole per stesura delle email; alcuni blogger si sono divertiti a riscriverle, forse con la speranza di un ritorno a buone abitudini.
Con la lettera normale, c’era maggior contegno, lettere infuocate erano rare, eventuali offese o rimostranze si preferiva farle a voce o comunque l’uno di fronte all’altro.

Ecco parte di una guida del 1995 :

– Una buona regola generale: Siate riflessivi in ciò che spedite e tolleranti in ciò che ricevete. Non dovreste inviare messaggi infuocati (li chiamiamo “flames” – fiamme) anche se siete provocati. D’altro canto, non sorprendetevi se venite provocati e non rispondete a tali messaggi. –

– Prima di rispondere impulsivamente ad un messaggio dormiteci sopra. Se
avete opinioni veramente forti riguardo ad un argomento racchiudetele
all’interno degli indicatori FLAME ON/OFF. Per esempio:
FLAME ON: Questa argomentazione non e’ degna dello spreco di banda
necessaria per inviarla. E’ illogica e poco ragionata. Il resto del mondo e’ d’accordo con me.
FLAME OFF-
Si diffusero email offensive, gratuite, non tenevano conto di alcunché.
Alcuni psicologi cercarono di mettere in guardia i nuovi utenti del web dall’uso sconsiderato di questo nuovo strumento.
Nessuno li ascoltò.
Le loro voci sono state sommerse da quelle della rete e da altri strumenti simili.
Si diffusero ICQ , Netmeeting, newsgroup, SMS, Skype, fino agli odierni Linkedin, Whats up, telegram, Twitter, Facebook etc.
Chiunque si è potuto permettere di scrivere qualcosa in rete.
Tutti hanno potuto giudicarlo, anche se non era andato a scuola di “Netiquette”.
Il buon senso non è più tra noi.
Tra un Sig. Monti che si diletta a twittare e un quindicenne che messaggia SMS con la ragazzina nella classe accanto, nessuna differenza.
Sono contento che ci possa essere questo livello di libertà nel nostro paese.
Mi dispiace che molti ne abusino.
Venti anni fa pochi conoscevano il web, e l’uso dei telefonini era poco diffuso.
Ora gradualmente ci sono arrivati tutti e sono in molti quelli che ne stanno facendo un uso improprio.
Mi riferisco al “fuoco” quella dose di insulti gratuiti che arriva nella rete da ogni parte.
E’ come se tutti si mettessero a scrivere in stampatello (urlare) ; come se l’urlo meritasse più attenzione.
Non so perché ho scritto queste righe, ho preso spunto da comportamenti diffusi, reazioni esagerate, urlate, fin troppo, come in un film di guerra.
Ma…. in questo film quando arriva l’intervallo ???

CROSTINI DI FEGATINI E MILZA (ricetta della nonna rivisitata)

CROSTINI DI FEGATINI E MILZA (ricetta della nonna rivisitata)

E’ un pezzo che non pubblico una ricetta e mi dispiace di farlo solo dopo Pasqua, ma dopo gli agnelli la prossima settimana potrebbe toccare ad un pollo, allora…. con i fegatini…..
La sintesi non è il mio forte, la ricerca storica nelle mie ricette prevale, e un elenco di ingredienti con sommarie indicazioni possono essere una veloce soluzione per il pranzo mordi e fuggi; ma….non è il mio caso.
Gli antipasti toscani più tipici e gustosi in assoluto sono i crostini di fegatini.
Quando il pollo non era più nel pollaio, ma ciondoloni in qualche parte della casa, state sicuri che per i commensali nei giorni successivi i crostini di fegatini di pollo sarebbero stati una certezza.
Si tratta di un piatto appetitoso, ma economico, andrete ad utilizzare del pane che altrimenti avreste buttato, i fegatini di pollo e la milza che non hanno un costo particolarmente elevato, gli altri ingredienti non sono molto rilevanti in termini di costo a parte le acciughe.
La nonna infatti per questo costoso ingrediente usava una pasta di acciughe , e non faccio nomi se no è pubblicità !
Tengo a precisare che le acciughe non sono essenziali nella ricetta, e lo dico perché la nonna con una biro di diverso colore negli ultimi anni aveva cancellato la voce “acciughe”. Credo di sapere la ragione, le acciughe servivano per compensare il forte sapore della milza, con il passare del tempo la milza non veniva più aggiunta alla famosa ricetta e allora decadeva anche la necessità di mettere le acciughe o la pasta di acciughe.
Quello che conta sono i fegatini e se di pollo ruspante meglio !
Ah ! Sapete come riconoscerli tra le file di confezioni nel supermercato ?
Dovrete scegliere quelli con tonalità gialle, con fili di grasso se possibile, è un segno di salute.
La ricetta della nonna non indica le quantità, erano chiaramente relazionate alla quantità dei polli passati a miglior vita e in genere non erano più di uno per volta.
La milza è un interiora, rappresenta il quinto quarto, il suo consumo era relegato ai ceti meno abbienti della popolazione. Dà un sapore un po’ amarognolo ai crostini, può piacere o no è una questione di gusti. Almeno una volta potete provarla. Prima di usarla occorre togliere la pellicina esterna.
Devo aggiungere che se disponete di un vero pollo ruspante, cosa molto difficile credo, e avete anche ambizioni di ricerca storica o voglia di provare di ricette antiche, eventuali altri ingredienti dei crostini sono i cuoricini di pollo, i budellini, la cipolla del pollo (stomaco del pollo) , il polmone. .. opportunamente trattati e non vi schifate, chissà quante volte li avete mangiati e non ve l’hanno detto !

Ingredienti :
pane toscano raffermo o baguette
300 grammi di fegatini di pollo
150 grammi di milza (facoltativo)
mezza cipolla
prezzemolo
aglio
salvia
alloro
mezzo gambo di sedano
mezza carota
3 acciughe sotto sale o pasta di acciughe
capperi salati
mezzo bicchiere di vino o vinsanto
un bicchiere di brodo
15 grammi di burro
conserva di pomodoro (era nella ricetta della nonna ! )
olio
sale
pepe

PREPARAZIONE :

Fate un battuto con tutti gli odori : mezza cipolla, prezzemolo, mezzo gambo di sedano, mezza carota, mettete il battuto in padella con olio, fate appassire, aggiungete poi aglio, salvia e alloro, provvederete a toglierli dopo pochi minuti.
I fegatini vanno privati del fiele, fatti a pezzetti, lavati a questo punto decidete se volete aggiungere o no anche la milza; aspetterete qualche minuto che si asciughino bene. Disponeteli nel tegame e fateli cuocere per una mezz’ora , a fine cottura aggiungete il vino e fatelo evaporare.
Togliete dal fuoco, dissalate e diliscate le acciughe e tritatele insieme ai fegatini e capperi, aggiungete il il burro. Passate con il colino o usate il mini-pimer per tritare finemente.
Vi spiego la differenza : la nonna non aveva il mini pimer, soltanto la mezzaluna. Voi lo sapete che i fegatini hanno molti nervetti vero ? Ecco quindi che lei aveva ragione, il colino a buchi fitti non lasciava passare i nervetti, ma solo il composto cremoso.
Bah ! Fate come volete, se il mini pimer lo fate girare molto i nervetti pian piano diventano poltiglia e li mangerete, non sono poi male.
Rimettete sul fuoco il composto e aggiungete il burro, sale, pepe, del brodo, la conserva di pomodoro per ottenere una giusta consistenza cremosa. Lasciate andare a fuoco moderato per altri venti minuti. Il giusto dosaggio del sale va fatto ora !
Il pane andrebbe tagliato a misura di crostino (rondelle da 6 – 7 centimetri ad es.), passato in forno e servito caldo. Se il pane dovesse presentarsi troppo secco dovreste passarlo nel brodo da un solo lato.
Potete far spalmare agli ospiti la crema calda di crostini di fegatini usando ad es. un apposito servizio da fonduta, ma se non volte spendere molto ci sono i vasetti di ceramica dove si mette sotto una candelina, sono anche carini da presentare, e si mantengono caldi.
Ognuno si spalma i crostini che ritiene opportuno.
Il crostino nel dizionario di italiano è definito anche un persona puntigliosa o cavillosa, in cucina è un antipasto da preparare con cura e necessita di particolari attenzioni.
In questo modo la quantità di cremina da spalmare la decide l’ospite, non è meglio così forse ?
Non dimenticate un buon vino rosso toscano per l’accompagnamento.

IL SEGNALE

IL SEGNALE

In una recensione dell’ultimo libro di Bauman “Il demone della paura” trovo il vocabolo: “ liquido”.

Non ho letto il libro, ma dalla sintesi del libro il giornalista afferma che il capitale economico e anche politico in questo periodo è “liquido”.

Bauman attribuisce questo eccesso di liquidità ad una paura del presente.

Non sono un’economista, ma ricordo che la posizione di liquidità è una posizione difensiva.

Ho praticato il Tai Chi Chuan e in molte posizioni dovevamo mantenere il massimo del rilassamento di tutti i muscoli. Era la posizione ideale sia per difendersi che per colpire. Ho citato questo paragone perché ci vedo qualche somiglianza.

Sembra fuori dalla logica tenere soldi sul conto corrente, cioè “liquidi”, ma è così.

Anni fa avremmo rischiato senza batter ciglio “perdite accettabili”. Oggi nessuno è più disposto a perdere per guadagnare.

Sembra che intorno a noi ci sia una moltitudine di cacciatori pronti a sparare al primo segnale.

Ecco ! E’ quello che aspettano allora! Un segnale.

Non come quelli ripetitivi della bolla del 2000 , come ad es. i signal-buy sulle azioni tecnologiche, ma un segnale vero, che la crisi è finita, che i prezzi torneranno a crescere e comunque non diminuiranno ancora.

No !

Non ci sarà nessun segnale.

Non accetterete ancora una volta la notizia appresa al telegiornale e fornita dal politico di turno che : – la crisi è finita ! –

Non crederete alle agenzie di rating quando ci renderanno tutte le A che ci avevano tolto.

Non sarà un nuovo parlamento europeo a darvi la speranza perduta.

Agli argentini non telefonarono il giorno prima consigliando loro di andare a ritirare i soldi in Banca. Una mattina si trovarono il default, è da lì che sono ripartiti.

Noi stiamo bruciando lentamente e nessuno ci dirà quando anche la cicca sarà finita.

Ricordo un muro sul lungomare di una città balneare, noi lo chiamavamo “il muro dei drogati” uno di essi ci aveva inciso una scritta :

– meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente –

No ! Non avete capito ! Non auspico il default argentino.

Sono in attesa del “segnale”.

Sempre più mi rendo conto che il segnale deve partire da dentro di noi.

Da domani prendiamo un evidenziatore e ogni giorno sul calendario facciamo un pallino sui giorni in cui siamo contenti di aver fatto abbastanza.

Prima o poi arriveranno interi mesi evidenziati.

MARMELLATA DI ARANCE

MARMELLATA DI ARANCE

E’ un po’ tardi per la marmellata di arance, ma le dovreste ancora trovare, io l’ho fatta qualche settimana fa, ma non ho avuto tempo di scriverla nel blog.
Non è facile scrivere quel che si fa ormai “a braccio” (è un modo di dire toscano per descrivere certe attività da esperti)
Una certa esperienza nei dolci ce l’ho (l’avrete capito dalla tipologia delle ricette)
A parte il tempo che è l’ingrediente essenziale, la qualità degli ingredienti per ogni ricetta ha una importanza determinante.
Nel caso delle arance posso dire di averle fatte con tanti tipi e il risultato è sempre stato discreto.
La cosa migliore è di procurarvi arance non trattate, in quanto andrete ad utilizzare anche la buccia.

Ingredienti :

Arance kg. 4
zucchero kg. 0,350 per ogni kg di arance senza buccia

Per 4 kg io ho utilizzato le bucce sottili di 5 o 6 arance, ma se avete voglia potete metterne anche di più, attenzione ! Non dovete prendere la parte bianca dell’arancio, è amarissima. Usate un coltello ben affilato, le buccine dovrebbero risultare solo di colore arancio, da entrambi i lati. A questo punto le buccine di arancio risulteranno delle lunghe strisce di 10 o 20 centimetri a seconda della dimensione delle arance o della vostra bravura. Quindi ora tagliatele su un tagliere a strisce di un millimetro o due al massimo.
Devono risultare delle strisce di uno/due centimetri e lo spessore della buccia che avete tagliato.
In un tegame mettete le strisce di arancio con acqua, portate a ebollizione quindi scolate l’acqua.
Ripetete questa operazione tre volte. Serve per togliere l’amaro dalle bucce di arancia. Ho visto altre ricette simili, consigliano di mettere le arance nell’acqua per un giorno e buttare via l’acqua, il mio metodo non è migliore, è solo più veloce. Queste buccine vi serviranno più avanti.
Ora occorre togliere il bianco alle arance senza la buccina e sbucciare tutte le altre. Più bianco togliete alle arance e meglio è. Mentre le sbucciate tagliate anche gli spicchi a metà, serve per facilitare la prima cottura.
A questo punto pesate le arance senza buccia.
Si devono rispettare i gusti di ognuno, ho assaggiato marmellate preparate da amici e la quantità di zucchero varia moltissimo. La quantità da me suggerita non è eccessiva, serve per far sentire il sapore della frutta, troppo zucchero maschera il sapore.
Quindi in relazione al peso delle arance calcolate lo zucchero che vi occorrerà, ma non aggiungetelo ancora !
La pentola.
Sulla pentola da utilizzare si potrebbero scrivere libri. Mia nonna utilizzava pentoloni di alluminio e le marmellate non si attaccavano quasi mai, poi venne l’acciaio e sul gas si facevano seri danni con crostoni neri di marmellata, ed infine l’antiaderente che se non mescolate però aderisce eccome.
Ho usato l’antiaderente e si è attaccato un po’, ma credo sia la pentola tra le più pratiche per preparare una marmellata.
Allora … mettete tutti i pezzi di arance nella pentola (una pentola alta è meglio per non schizzare, ma evapora meno, quindi pentola bassa e tappezzate di fogli intorno al fornello perché schizzerà, se no che marmellata è ?
Fino a che non mettete lo zucchero non schizza, potete far cuocere anche un paio d’ore le arance appena tagliate in due, con la cottura si sfanno un po’, ma sarà necessario il mini-pimer e dovrete insistere molto, dovrà sparire completamente ogni pezzo grande di arancia.
Continuate la cottura con le arance ben sminuzzate e SENZA ZUCCHERO per ancora una mezz’ora
e mescolate possibilmente con mestolo di silicone non troppo morbido, scivolando bene sul fondo per controllare le eventuali aderenze.
Ed ecco lo zucchero, aggiungetelo e saranno passate quasi tre ore dall’inizio della lavorazione, continuate la cottura per fare in modo che lo zucchero dia consistenza alla marmellata.
Con lo zucchero, dopo un’ora di cottura potete fare la prova del piatto.
Su un piatto lasciate cadere un cucchiaino di marmellata calda, aspettate qualche minuto, mettete il piatto verticale e osservate se la marmellata sgocciola via come acqua oppure rimane appiccicata lì.
Se per voi va bene la via di mezzo allora è pronta.
Con lo zucchero la marmellata tenderà ad attaccarsi, dovete sorvegliarla e con il mestolo in silicone
tenere sempre pulito il fondo.
Le buccine potete metterle dopo lo zucchero , almeno mezz’ora devono stare con le arance.
Quando la marmellata inizierà a fare sbuffi ripetuti e schizzi anche lontano dovrebbe essere cotta, anche perché dopo quasi cinque ore di lavoro non se ne può più.
La parte finale è l’invasettamento, è una cosa abbastanza semplice e veloce. Chi mi dice di sterilizzare, posso essere d’accordo, la sicurezza ci deve essere, ma per esperienza vi dico che è tempo perso. Non mi è mai fallito un vasetto. Questa la procedura :
a fine cottura con la pentola sul fornello spento, ma sempre in ebollizione, (avrete preparato 12 vasetti spero! ) con un cucchiaio infilate la marmellata caldissima nel vasetto, chiudete bene e capovolgete il vasetto posizionandolo in terra, non toccatelo fino al giorno dopo.
A questo punto mettete i vasetti nella dispensa a apritene uno quando avrete ospiti, ve la raccomando spalmata su sottili fette di formaggio pecorino fresco.

LA PENSIONE

LA PENSIONE

Una definizione di pensione ce la dà il dizionario di italiano, la nostra lingua   :             “somma di denaro percepita periodicamente e per il resto della vita da chi cessa un rapporto di lavoro in quanto ha superato una determinata età (pensione di vecchiaia) o ha prestato un certo numero di anni di servizio (pensione di anzianità) o è rimasto invalido (pensione di invalidità) e beneficia di un sistema di previdenza pubblico o privato; in caso di morte del titolare può essere trasferita a determinati familiari (pensione di reversibilità)”

La pensione non è un lavoro, è un compenso per coloro che hanno già lavorato.

Ho trovato un blog che racconta la storia delle pensioni italiane, non posso non menzionarlo come fonte del mio articolo :

http://matteograsso.blogspot.it/2013/03/storia-e-tappe-delle-pensioni-e-della.html

“ Il sistema italiano della previdenza sociale nacque nel 1898 con la costituzione della “Cassa Nazionale di Previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”; era un assicurazione facoltativa e volontaria, finanziata prevalentemente dai contributi versati dai lavoratori, e, in maniera minore, dallo stato italiano e da datori di lavoro o altre persone. Gli iscritti ricevevano una rendita vitalizia

al raggiungimento dei 60 o 65 anni, oppure nel caso fossero diventati inabili al lavoro.

Non essendo obbligatoria, nei primi anni riscosse un consenso molto limitato, per cui gli enti governativi furono costretti a introdurre l’obbligatorietà prima per i dipendenti pubblici, nel 1904, poi per i ferrovieri, nel 1910. Fu poi estesa a tutte le categorie lavorative nel 1919, quando nacque la “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”, ovvero la CNAS, sotto il governo Orlando, che assicurava pensioni di vecchiaia e di invalidità.

Nel 1924 fu costituito l’antenato del TFR (Trattamento di fine rapporto), cioè un’indennità da concedere, in questo caso, solamente al lavoratore licenziato. Nel marzo 1933 il governo fascista guidato da Benito Mussolini modificò il nome della “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali” in “Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale”, il famoso INPS; adesso oltre alla parte dedicata alla vecchiaia e all’invalidità, sono presenti anche i sussidi in caso di disoccupazione, di “malattia professionale”, di tubercolosi e di maternità, seppur in una forma primordiale. Nel 1935 l’intera normativa pensionistica venne unificata in un unico decreto legislativo, che resterà un punto di riferimento fino ai giorni nostri. Una novità introdotta da Mussolini fu l’istituzione, nell’aprile 1939, della pensione di reversibilità, cioè la parte della pensione spettante ad uno dei due coniugi alla morte dell’altro, molto importante viste le centinaia di migliaia di vittime causate dalla seconda guerra mondiale alla quale l’Italia prese parte per volere di Mussolini. Sempre nel 1939 i limiti di età per andare in pensione vennero fissati a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne.
Nel 1942 l
‘indennità in caso di licenziamento, introdotta nel 1924, venne trasformata in indennità di anzianità da riconoscere al lavoratore in proporzione al salario e agli anni di servizio.”

Molte modifiche alla leggi riguardanti le pensioni sono intervenute dopo la seconda guerra mondiale, ma nel boom economico degli anni ’60 quando erano più i lavoratori dei pensionati, nessuno si preoccupava del futuro del nostro paese, tutto a gonfie vele, andavamo al massimo.

Ora i nodi vengono al pettine.

Ieri in televisione e sui giornali sono apparsi numeri importanti relativi alle pensioni in Italia :

uno dei numeri era impressionante 7.000.000 di pensioni sotto mille euro e dobbiamo anche dire il totale di tutte le pensioni , e si tratta di oltre 18.000.000 e questo è veramente alto.

Perché la cosa suscita così tanto stupore ?

I numeri non sono democratici, ti colpiscono duramente, sono settemilioni di colpi ; nell’immediato ci immedesimiamo nel povero pensionato che non arriva a fine mese con i suoi 700 , 800 o 900 euro, una tristezza.

La quantità fa somma, i numeri fanno notizia, così, da soli.

Automaticamente.

E’ tutto così automatico in questa società tecnologica.

Io mi faccio delle domande, forse so alcune risposte, ma non ve le dico.

Qualcuno ha spiegato come quei settemilioni di persone ha ottenuto la pensione ?

Qualcuno ha precisato quanti anni di lavoro ha svolto per meritarsi tali somme ?

Qualcuno ha raffrontato il numero degli anni di lavoro in rapporto alle somme di contributi versate ?

Qualcuno ha confrontato con precisi calcoli attuariali il rapporto tra le somme versate e le somme riscosse dall’Inps dalla data di attivazione della pensione ?

Qualcuno ha elencato i debiti contratti da Istituti non INPS a suo tempo inglobati nel mega-calderone, che hanno amplificato il suo deficit e obbligato a pagare l’Inps somme non contratte dall’istituto stesso ? (scusate ma non so spiegarmi meglio devo fare degli esempi o è chiaro? …. Inpdap – Decreto salva Italia e ce ne sono altri… )

Qualcuno ha provato (sono oltre trenta anni che se ne parla) a dividere assistenza da previdenza ?

Qualcuno ha provato a scalfire aree protette ? (mi riferisco ai famosi “diritti acquisiti”) Appena se ne parla si alzano anche quelli che non parlano mai.

Qualcuno ha spiegato alla popolazione che le pensioni d’oro non sono parte integrante dell’attuale sistema retributivo, tagliarle è molto difficile (art. 3 della costituzione), forse è meglio limarle e limitarle in attesa che finiscano. In realtà prendere una pensione d’oro con il contributivo è impossibile: esiste un limite massimo di contributi versabili all’anno.

Qualcuno vuol ammettere che forse sono stati commessi alcuni errori nel momento in cui è stato permesso di andare in pensione a persone con solo quindici anni sei mesi ed un giorno ?

(Dpr 1092 che entrò in vigore il 29 dicembre 1973, era possibile andare in pensione con questo tempo di lavoro svolto NEL PUBBLICO IMPIEGO , con l’attuale sistema non avrebbero potuto farlo! Ricordiamoci che quel costo messo in bilancio dai politici di oltre 40 anni fa, costa oggi oltre 150 miliardi l’anno…TUTTI GLI ANNI …)

Qualcuno vuol parlare della “assistenza a pioggia” e mi riferisco agli scandali ricorrenti di ciechi che guidano, paralitici che si alzano dalla carrozzella come miracolati, sordi e ciechi che ballano a suon di musica e molti altri esempi elargiti nel passato e vengono a galla piano piano per non destare troppo clamore, tutti con assegno di invalidità regolarmente versato dagli enti assistenziali.

Qualcuno ha spiegato che molte pensioni diventano d’oro poiché altro non sono che la sommatoria di più pensioni, queste si cumulano ed ecco le cifre stratosferiche ! (ritonfa con i diritti acquisiti ! )

Il sistema contributivo attuale è corretto: ricevi in base a quanto hai pagato.
Bisognerebbe rivedere tutte le pensioni del passato sulla base di questo criterio, per una questione di equità.

Tutti sanno bene che settemilioni di persone sono settemilioni di consensi e tutti sanno bene quanto sono importanti i consensi.

Non ho mai voluto parlare di politica e alla fine ci sono cascato, in un argomento molto attuale.

Volevo farne un post dotto ed erudito, ma non voglio approfondire oltre. Mi fermo qui.

Voglio solo ricordare che politica è anche l’abilità e pazienza. Ce ne vorrà molta per spiegare bene le cose a quei settemilioni di persone e loro non dovranno essere un numero e basta.

Ognuno di essi sarà una persona, alla quale il politico di turno spiegherà esattamente cosa ne sarà della sua pensione, possibilmente tenendo conto come questa a suo tempo è stata calcolata.

LA PENSIONE

CANTUCCINI

CANTUCCINI   ricetta tradizionale toscana

Quella dei cantuccini non è solo una ricetta, ma nella mia memoria si tratta della rievocazione di una vera e propria festa, un ripetersi gioioso di buone usanze.

Dovete sapere che i cantuccini sono biscotti secchi, si conservavano in grandi vasi vetro con il tappo. Ogni famiglia ne produceva una quantità cospicua, sufficiente a tutta la famiglia per un certo tempo. Mio padre era fabbro e aveva forgiato delle grandi teglie simili a quelle della pizza a metro.
Una volta preparato l’impasto e collocato nei teglioni veniva portato il tutto ad un forno per la panificazione, ove veniva cotto.
Ogni teglione era riconoscibile per una punzonatura con il nome della famiglia.
La preparazione di questo dolce era faticosa per l’impasto che doveva risultare abbastanza sodo.
Ora tutti in casa hanno uno sbattitore o la moderna “planetaria” che sviluppano forze muscolari paragonabili alle braccia delle nostre nonne, ottenere l’impasto voluto sembra quasi di “vincere facile”.

INGREDIENTI :

6 uova
200 grammi di burro
limone grattugiato
2 prese bertolini
600 grammi di zucchero
1200 grammi di farina
montare le chiare

La ricetta della nonna originale non menziona le mandorle. Ci sono infatti molte ricette di cantuccini senza mandorle. Con le mandorle i cantuccini sono più buoni, ma un attimo di pazienza, vi spiego….

Nel teglione si dispongono dei “rotoli” di impasto a seconda della larghezza della teglia, nella teglia della vostra cucina due strisce di impasto grandi come due cilindri tipo i rotoli di domopack distanziati di circa 10 centimetri almeno.
Metteteli sulla teglia da forno imburrata e infarinata e fate cuocere per circa 15 minuti.
Questi rotoli in forno si distendono e aumentando di volume si possono anche toccare fra di loro e assumono la caratteristica forma del “cantuccino”. Non dovete completare la cottura del tutto.
E’ la prima fase. Le strisce di impasto ora vanno prima delicatamente separate e poi tagliate in obliquo, e questa era la gioia di noi ragazzi che stavamo a guardare. Qualche cantuccino un po’ abbruciacchiato si rimediava sempre.
E qui c’è la spiegazione delle mandorle…
Tagliare un impasto caldo con le mandorle dentro è più difficile, se avete buoni coltelli, potete provare a mettere le mandorle, ma c’è il rischio che il cantuccino si rompa in due.
E’ buona norma farli raffreddare un po’ prima di realizzare fette di un cm di spessore.
Ripassate i cantucci in forno, sempre a 180 °C, ancora per 25 minuti, in modo che risultino ben dorati e croccanti, devono assumere quel colore caratteristico bruno chiaro.
Se vi son venuti buoni non importano nemmeno i vasi di vetro. Ma, attenzione ! Dopo qualche giorno tendono a perdere la caratteristica di “secco”, e questo dipende dal contatto con l’aria, quindi procuratevi una scatola di latta, o vaso un di vetro.
Ricordate che la “morte” del cantuccino è inzuppato nel vinsanto!
Dovrete rimediarlo, non c’è nulla da fare !

IL TELEGIORNALE NUOVO

IL TELEGIORNALE NUOVO

Da ragazzi sognavamo di trovare la lampada di Aladino, poterla strusciare e avere a disposizione per un giorno i famosi tre desideri.
Tutti i desideri che ora ci passano per la testa vanno confrontati con il portafoglio, con le nostre limitate possibilità di spesa. Siamo molto più limitati.
Non ci possono togliere i sogni. E io sogno. Domani mi vorrei svegliare e trovare nell’elenco dei programmi uno nuovo, mai concepito negli ultimi settanta anni di televisione.
Il programma è un telegiornale con caratteristiche diverse da quelli attuali.
Ci vorrei SOLO BELLE NOTIZIE … basta , non ho altre pretese. Non chiedo tanto.
Non dovrebbe essere trasmesso alla stessa ora degli altri, ma in un’ora nella quale altri telegiornali
non vengono trasmessi. Una fascia serale comunque dalle ore 17.00 alle ore 20.00 circa.
I giornalisti saranno incaricati di andare a cercare belle notizie da comunicare agli italiani in ogni parte d’Italia, e se non ne trovano qui da noi, anche all’estero.
Il tempo ? Quindici o venti minuti al massimo, con poche notizie, dettagliate.
I temi ? Tutto : salute, scuola, tecnologia, scienza, medicina, moda, arte, letteratura, economia, musica ecc.

Vogliamo provare a farne uno ?

Prima notizia :
Gli studenti del quinto anno dell’Ipsia Galileo Galilei di Castelfranco Veneto hanno deciso di intraprendere un tirocinio diverso. Invece di passare qualche mese in una delle tante imprese della pedemontana veneta, hanno deciso di rimanere a scuola per mettere a punto un servizio di consegna di medicine agli anziani che vivono fuori città basato su droni.
Un progetto ambizioso, non si sono limitati a testare qualche macchina comprata online.
Hanno deciso di progettare e costruire droni adatti al servizio (tenendo conto dei vincoli legislativi in materia) hanno contattato e coinvolto farmacie interessate alle prime consegne.
(n.d.a. : i droni sono velivoli che viaggiano in assenza di pilota, controllati da un computer a bordo)

Seconda notizia :
Abbiamo in rete esempi di aziende che hanno sapientemente coniugato manifatturiero e internet :
Yoox e Moleskine
Da Wikipedia : – L’idea alla base dell’attività dello store YOOX è quella di acquistare in stock i prodotti invenduti della precedente stagione rispetto quella di vendita da noti marchi (Dolce & Gabbana, Diesel, Gucci, Armani e Cavalli) e quindi venderli online a prezzi inferiori. Questo consente ai marchi di lusso di non accumulare la merce della stagione precedente –
Da Wikipedia : – Moleskine è una marca di taccuini, agende, guide da viaggio, quaderni e album prodotti da Moleskine Spa, una società italiana con sede a Milano. Dal 2011 Moleskine è partita con la produzione di altri oggetti connessi alla lettura, il viaggio e la scrittura, incluse borse, occhiali da lettura, penne, matite, custodie per smart phone, tablet e e-reader, luci da lettura, leggii. –
Moleskine è stata inserita dalla rivista Fast Company nella top-ten delle ‘Società più Innovative’ per il 2014, insieme a nomi con Dropbox, Google ed Evernote.

Come mai le aziende in crisi non tentano di rinnovarsi e si buttano nella rete ?
Paura ? Incompenze ? Scetticismo ?
Internet sta trasformando finanza, telecomunicazioni, istruzione, edilizia, trasporti.
C’è bisogno di coraggio, ma anche e soprattutto di competenze.

Ah ! La terza notizia io non ce l’ho.

Ma… ce l’avete voi ? L’aspetto nel telegiornale !

FRITTELLE DI RISO

FRITTELLE DI RISO

 

FRITTELLE DI RISO

Diceva mia nonna a metà Marzo :
– tra poco è S. Giuseppe, S.Giuseppe frittellaio ! –
Infatti il 19 Marzo si celebrava la festa del papà e per S. Giuseppe, e si facevano in casa le frittelle di riso.
La preparazione cominciava il giorno prima con la cottura del riso. Come tutti gli alimenti fritti ho visto amanti di questa ghiottoneria “spararsi” decine di frittelle in tempi decisamente risicati.
Il segreto per non “farsi male” è toglierle dalla tavola dopo dieci o quindici minuti al massimo.

Ingredienti :
200 grammi di riso
200 grammi di farina
4 uova meno 2 chiare
4 cucchiai di zucchero
20 grammi di burro
1 pizzico di sale
1 presa di vanillina
½ presa Bertolini
2 cucchiai di Sambuca o rosolio
olio di semi per la frittura

Procedimento :

Si cuoce il riso la sera con mezzo litro di acqua e mezzo litro di latte, insieme poi si mette il burro, zucchero, sale, limone
La mattina di mettono liquore, farina, vanillina, in ultimo si mette la presa e le due chiare montate.
Si unisce tutto e si frigge con parecchio olio.

Consigli :

1. La misura della frittella è il cucchiaio da minestra, se ne avete anche più piccoli, con le dita si staccano dal cucchiaio e se ne vanno nell’olio caldo in cottura.
2. Se proprio volete appena tolte dalla padella con lo scolafritto potete disporle su un piatto con carta assorbente o tovaglioli di carta per assorbire l’olio di frittura e spolverare con zucchero (nella ricetta c’è poco zucchero). Gli impasti per friggere non devono contenere molto zucchero, altrimenti questo provoca numerosi schizzi di olio, tra l’altro pericolosi.
3. Le frittelle sono buone calde, ma se non volete impestare gli ospiti del poco simpatico olio di frittura (gli accidenti saranno superiori alla bontà delle frittelle fumanti) potete servirle a temperatura ambiente o al limite solo cinque minuti in forno a cinquanta gradi.

Buon appetito ! Non credo ce ne sarà bisogno….

PASTA CON IL BUCO

PASTA CON IL BUCO

Un po’ di storia prima della ricetta ….
C’è un detto toscano che recita :
– Non tutte le ciambelle vengono con il buco ! – La variante è “non sempre è domenica”.
Ci si esprime in questo modo quando certe cose non accadono come si vorrebbe.
Invece la pasta della ricetta di oggi DEVE avere il buco.
Il buco ci viene se si usa un particolare tegame. Questo tegame si è diffuso negli anni 60, in molte famiglie era un susseguirsi di cambi di “cucina”.
Dopo la “cucina economica”, una cucina a legna dotata di una piastra di ferro sulla quale si potevano mettere più tegami, molti sono passati ai “fornelli elettrici” e chi si faceva portare le bombole a gas poteva avere i “fornelli a gas”.
E’ con i fornelli a gas che molte massaie vengono a sapere di una particolare cottura di arrosti, contorni e dolci con un accessorio particolare, un tegame che consentiva di cuocere come se fosse un forno, ed invece bastava metterlo sul gas.
C’erano diversi modelli di questo tegame, era dotato di uno spargifiamma, questo andava messo sulla fiamma del gas, poi sopra il tegame (largo 26 o 28 non ricordo) con un tappo forato per far uscire il calore del gas. La ditta che lo produceva era la “Versilia” , poi tante altre l’hanno copiata, anche quella della foto che ho trovato in rete, comunque credo vadano tutti bene.
Il risparmio è assicurato, per accendere un forno ci vuole molta energia, mentre con questo tegame potrete cuocere molti cibi ed il risultato è eccellente.

Ed ecco la ricetta :

Ingredienti :
6 uova (montare le chiare ed aggiungere in ultimo)
400 grammi di zucchero
400 grammi di farina
200 grammi di burro
una bustina di lievito

preparazione è semplicissima, far sciogliere lo zucchero nei tuorli, aggiungere il burro scaldato a bagnomaria, quindi la farina, le chiare montate, il lievito setacciato.
Questa è la dose per un tegame con il buco da mettere sul gas.
Se non verrà alla prima non disperate, il segreto è l’uso corretto del tegame, ci dovrebbero essere un manuale di istruzioni, ma se il tegame è stato “copiato” correttamente, funziona in modo egregio.
Provvedete ad imburrare il tegame con pan grattato o farina
Distendete l’impasto all’interno del tegame. Mettete sul fuoco lo spargi fiamma a scaldare, poi disponete il tegame sul fuoco a fiamma medio-alta.
Dopo un 4-5 minuti di fiamma alta per riscaldare il tegame, mettere a fuoco basso lasciate cuocere per quasi un’ora, non dovete scoprire il tegame. Per controllare se è pronto fate la prova dai forellini del coperchio. Occhio a tenere chiuse le finestre e porte, ogni corrente può far “sedere” il dolce.
Il gas tende a bruciare le parti interne del dolce (il buco) e può darsi che rimangano un po’ annerite, con una coltella tagliente togliete un po’ di crosta altrimenti trasmette un sapore amaro di bruciato.
A fine cottura con dello zucchero a velo andrete a coprire eventuali bruciature.
Si tratta di un dolce per inzuppare, ma abbastanza delicato anche per dessert accompagnato da vini liquorosi.
Buon appetito !

p.s. Occhio ! il tegame di alluminio Versilia o simili non vanno in lavastoviglie.

PASTA CON IL BUCO

 

RICETTE : PASTA MANTOVANA

RICETTE : PASTA MANTOVANA

Perché non occuparmi anche di ricette nel blog ? Ce la posso fare.

Con cadenza settimanale il blog rilascerà una ricetta di casa mia.

Ho trovato un quadernetto centenario scritto con la calligrafia della nonna, corretto dalla mamma, e con aggiunte personali dell’adolescenza.

Mi cimentavo anche in prove del cuoco anni ’70 desunte dai settimanali a disposizione.

Vi avverto che saranno condite dall’umorismo toscano necessario alla riuscita delle stesse.

Potete fare così un viaggio immaginario nella cucina degli anni cinquanta.

Le ricette di cucina risentirono pian piano del boom economico.

Nel quaderno non ci sono le date, ma se le confrontate con le ricette attuali i rapporti tra gli alimenti cambiano, forse sono cambiati i gusti, o le mode.

Se le provate, magari mi direte :

– Ci piace anche il dolce fatto con la ricetta “vecchio stile” –

Ecco la prima !!!!

PASTA MANTOVANA

Non so il perché del nome Mantovana, ma credo le sue origini siano toscane.

Negli anni non c’erano molti supermercati e poco diffusi i biscotti frollini o roba simile.

Quindi, la mattina per inzuppare nel latte, cosa dovevamo usare ???

Pane abbrustolito (faceva un puzzo sul gas che non vi dico), o se no la nonna si adoperava in un atto dal valore inestimabile, preparava con le sue mani la “Pasta Mantovana” e per una settimana i nipoti inzuppavano qualcosa di diverso dal solito pane arrostito.

Ingredienti :

– 6 uova intere (le chiare vanno montate e messe da ultimo)

– 150 grammi di burro

– 375 grammi di farina

– 3 75 grammi di zucchero

– 1 bustina di lievito

– 1 limone grattato (e non grattatelo tutto eh!!! solo la scorza mi raccomando)

– pinoli o mandorle a piacere tritate finemente (la quantità non era menzionata, credo un 50 grammi sono sufficienti, e se son pochi alla prossima volta ce ne metterete di più ! )

– Zucchero a velo per spolverare sul dolce , mm…. è un optional moderno lo vedete nella foto che ho trovato in rete, la nonna non lo metteva quasi mai.

Bah ! Trovare dopo una cinquantina d’anni un ricettario, che pretendete anche di trovare le fasi delle lavorazioni?? Sentite, io ci provo, a ricordarmele :

Ecco, allora, nei tuorli si butta lo zucchero si mescola fino a che si scioglie, poi si fa sciogliere il burro a bagno maria, non si deve mettere caldo se no cuocete le uova, poi tutti gli altri ingredienti nell’ordine farina, le chiare, il limone, i pinoli.

Beh a quei tempi non c’erano sbattitori e roba varia, a montare le chiare ad esempio la nonna con la forchetta ci metteva almeno una mezz’ora che io credevo gli cascasse il braccio, quindi se li volete usare, fate pure.

Potrete obiettare che esistevano gli sbattitori manuali.

E’ vero ! Li ho visti nei mercatini di antiquariato, ma in casa mia, non si fidavano di aggeggi del genere, tutto a mano, rigorosamente.

Gli attrezzi non pregiudicano la riuscita del dolce, ne facilitano la preparazione, quindi se volte metterci una mattinata….seguite la regola spartana del “tutto a mano”, se no comprate gli strumenti moderni, e magari tutti elettrici, ma sicuramente ce li avete già.

Per la teglia devo ricordarvi che per non far attaccare i dolci (negli anni 50 le teglie per dolci erano quasi sempre in alluminio, ora ci sono anche altri materiali) occorre passarci una piccola noce di burro, e poi spolverare con farina o pan grattato.

Il diametro della teglia…. non so, dovete fare delle prove, tenete presente che l’impasto che va in forno non deve essere molto alto, altrimenti non cuoce bene dentro, la prima “Mantovana” dovete provarla in teglia abbastanza grande, con spessore della pasta di un paio di cm circa, poi se vi viene una schiacciata andrete ad utilizzare una teglia più piccola.

Non fate passare molto tempo dal momento che mettete il lievito, via in forno subito !!!

La cottura a 175 gradi per 45 minuti anche meno, poi per vedere se è cotta bene dentro fate la prova dello stecchino, se esce asciutto è ok.

Buon appetito!

Ah ! Se la volete mangiarla a fine pasto vi consiglio di procurarvi il vin santo o comunque un vino liquoroso ove inzupparla, noi in gergo si dice che è una pasta un po’ “a pane” nel senso che non va giù tanto bene.

LA DITTA

LA DITTA

Un giorno Andrea, il figlio di un mio amico, spinto da una irrefrenabile voglia di fare qualcosa in questo mondo strano, non vedeva alcun spiraglio per il futuro, si decide a chiedere consigli al nonno paterno.
Il nonno di Andrea gli si para davanti un peo e uno sputo in terra, la pipa in bocca come un prolungamento del corpo ormai sputava anche con la pipa in bocca, troppo fastidio toglierla tutte le volte. Morta la moglie a 93 anni invece di smettere aveva continuato a fumare, tanto ormai diceva lui :
– Se dovevo morire a quest’ora ero già morto e una fumatina in più non sarà quella che ammazza ! –
Andrea non si era rivolto al padre, lo avrebbe fatto dopo. Il mio amico Ettore è una brava persona, non me se ne era dispiaciuto, in fondo la saggezza va ricercata nelle persone più anziane e quindi in nonno era perfetto.
Nonno Giangio non sempre elargiva consigli, sprizzava saggezza da ogni poro, e ne aveva tanti, la pelle raggrinzita aveva una superficie maggiore di quando era giovane, considerando le pieghe, ma non minore era l’elasticità mentale e l’acutezza.
Quindi Andrea espose con molta semplicità l’idea :
– Oh Nonno ! Sai voglio fondare una società, con degli amici avvieremo una produzione di accessori per bici sportive, tutta roba in titanio. Che ne pensi ? –
La domanda sembrò al vecchio come una fucilata, il nipote a cui teneva molto, non era l’unico, ma il più grande e il nonno lo reputava un giovane capace e responsabile.
La risposta non venne subito ci vollero un paio di pei fatti bene.
– Ma quanti siete ? Lo sai, le società stanno bene in dispari e tre son troppi ! –
– Siamo almeno quattro.-
e il nonno :
– Senti ti posso rammentare solo un caso che mi ricordi dove una ditta di due persone è andata bene
un artigiano e suo fratello dove uno sapeva lavorare e l’altro non ci capiva nulla però sapeva riscuotere, è andata bene fino a che uno è morto e allora la ditta ha chiuso perché anche solo saper lavorare non basta più, ci vuole cervello per gestirla. Voi siete in quattro, ma figurati ! Meno , meno !! –
– Ma nonno !! L’idea sembra buona e poi faremo prodotti di alta qualità, indistruttibili! –
– Ma se non si rompono come fa la gente a ricomprarli ? –
La logica del nonno era schiacciante.
Ad Andrea tutto sembrava facile, un vero e proprio sognatore.
Poi non si confrontava con le questioni reali…ed eccoci al nocciolo …
Chiede il nonno :
– ma i soldi chi ve li dà ? –
– mm.. sembra ci siano dei finanziamenti per l’impresa giovane e qualche migliaio di euro si raccattano –
– Ascolta! I soldi te li do io, se poi te li danno quelli di “impresa giovane” meglio, ma quelli di “impresa vecchia” prendili, ti faranno comodo comunque.
– Quando cominciate ? –
– Martedì ! –
Il nonno scosse la testa,
– Ormai aspetta Mercoledì, “né per Vene né per Marte si dà avvio all’arte”! –
Per il nonno quando si parlava di “lavoro” il significato era qualcosa di veramente duro, non un ruzzino che si fa tanto per passare il tempo, aveva cercato di trasmettere più volte il senso di questa parola alla famiglia, certe volte anche scherzando.
I giovani hanno padiglioni auricolari da super-eroi, le dotazione di serie sono dei filtri nei quali passa solo quello che fa comodo, il resto rimane invischiato tra cerume e ricrescita della pelle.
Il nonno aveva raccontato spesso al nipote di quando in casa non c’era proprio nulla , ma nulla da mangiare e anche le briciole di pane sulla tavola erano una risorsa, ogni piccola briciola rappresentava una parte di un possibile boccone, niente andava buttato, era un insulto alla vita, alla famiglia, proprio una cosa proibita e se venivano le formiche se ne andavano via piangendo, perché non c’era niente per loro. Glielo aveva detto spesso ad Andrea –
– Te non c’eri quando io vedevo piangere le formiche ! –
Andrea anche piccolino sapeva che le formiche non piangono, mai lontanamente si sarebbe immaginato un assurdità del genere. Tutte le volte si scompisciava dal ridere.
Sapeva benissimo che suo nonno aveva sofferto molto, visto la carestia, ma lui cresciuto negli agi della società moderna, non percepiva quanto fossero state gravi quelle situazioni, non avendole vissute.
Così una parte del gruzzolo del nonno se ne stava andando nelle mani del ragazzone iperattivo, dopo gli studi classici e un po’ di università aveva preferito interrompere gli studi, sentiva che gli avevano già dato molto, una mentalità aperta, una buona capacità critica, voglia di fare qualcosa di proprio.
Non era l’ingegno che gli mancava, fin da piccolo era sempre stato portato alle cose tecniche, ma le aveva sempre relegate nell’area passatempi e hobby, ora invece stavano diventando lavoro, ed era un altra cosa.
– Ah ricordati che codesti soldi sono come i fiammiferi !-
– Che vuol dire ? – risponde Andrea incuriosito
– Hai visto i fiammiferi tu li strusci e si incendiano ? E codesti soldi è uguale, se non li bagni con il sudore invece di aumentare tu li finisci subito !!-
Che nonno ! Ce l’avessero tutti !

LA DITTA

 

 

 

 

 

questo racconto è stato pubblicato nel libro  Oichebelcastello racconti

di Roberto Francalanci

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