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DEDIZIONE

DEDIZIONE

Il sorriso era un particolare che ricordo molto bene.
Proprio ieri al telegiornale intervistavano due giovani giapponesi al festival d’oriente, erano sorridenti ed entrambe affermavano che il sorriso è un atteggiamento positivo, un segnale di apertura.
Mentre i ricordi si sommano e l’esperienza ci arricchisce cerco di trovare dei denominatori comuni, come una via da seguire, un modello che continui ad accompagnarmi e che si modifica come la scarpa vecchia ormai domata dal piede forte.
Il modello non è sempre lo stesso, diventa come noi scegliamo di essere, di vivere, di relazionarci agli altri.

Il sorriso era accompagnato da gesti precisi, azioni misurate, voci pacate.
Le azioni e il tono della voce di un educatore sono atteggiamenti importanti, possono lasciare impronte indelebili in ogni giovane studente.
Incontrare persone competenti e desiderose di trasmettere non solo la materia insegnata, ma l’amore per lo studio e la lettura oltre alla curiosità nel voler conoscere è una fortuna che capita raramente.

Oltre al sorriso era presente un dono particolare : la dedizione.
Una dote purtroppo non sempre presente negli insegnanti inquadrati come “lavoratori”.
Molti ritengono sia sufficiente svolgere il proprio lavoro anche senza quella dedizione necessaria.
Nel dizionario per dedizione si intende
“dedicarsi totalmente e senza riserve a una persona o a un’attività, un ideale”

Il sorriso e la dedizione non erano le caratteristiche principali, ne traspariva un’ altra non meno importante: l’assenza di pregiudizi. Ognuno poteva affidarsi a quella persona sorridente, sapeva di trovare rifugio, consiglio, e comunque indenne da commenti di qualsiasi genere.

Se dovessi insegnare vorrei farlo in quel modo, e oltre a seguire e linee guida molto chiare sopra elencate, consegnare il seguente regolamento ad ogni giovane allievo :

ogni cosa che potrò insegnare sarà qualcosa di pratico e non di teorico
dovranno imparare insieme a me
dovranno sbagliare non una ma chissà quante altre volte
non dovranno avere paura di sbagliare
un loro errore conterà più di cento attività svolte bene con l’aiuto di altri
quello che riusciranno a produrre sarà frutto del loro lavoro e nessuno si dovrà permettere di disprezzarlo
dovranno sempre confrontarsi con i compagni
la collaborazione e lo stimolo a lavorare bene in gruppo saranno il loro punto di forza
ognuno ha i suoi problemi e chi entrerà in classe li dovrà lasciare fuori
un laboratorio è un luogo dove la trasmissione delle competenze deve essere continua
tutti dovranno collaborare e sarà compito dei migliori aiutare gli svantaggiati
all’ingresso un cartello – non si finisce mai di imparare, orario di lavoro : l’intera vita –

E’ iniziata una nuova attività, non ho mai insegnato e sarà una delle prossime azioni, non mi sottraggo quando mi si chiede di mettermi in gioco.

Spero di poter tenere le lezioni con la passione e dedizione dell’insegnante che conobbi molti anni fa.

p.s. ho sempre copiato foto e vignette dalla rete senza chiedere nulla ed indicare le fonti, le immagini di questo articolo sono prese dal blog :
http://nonnamia.iobloggo.com/151/il-potere-del-sorriso
è un inizio, a breve cercherò di inserire il disclaimer del copyright all’interno del blog anche se non so bene come fare.

DEDIZIONE

 

LA PENSIONE

LA PENSIONE

Una definizione di pensione ce la dà il dizionario di italiano, la nostra lingua   :             “somma di denaro percepita periodicamente e per il resto della vita da chi cessa un rapporto di lavoro in quanto ha superato una determinata età (pensione di vecchiaia) o ha prestato un certo numero di anni di servizio (pensione di anzianità) o è rimasto invalido (pensione di invalidità) e beneficia di un sistema di previdenza pubblico o privato; in caso di morte del titolare può essere trasferita a determinati familiari (pensione di reversibilità)”

La pensione non è un lavoro, è un compenso per coloro che hanno già lavorato.

Ho trovato un blog che racconta la storia delle pensioni italiane, non posso non menzionarlo come fonte del mio articolo :

http://matteograsso.blogspot.it/2013/03/storia-e-tappe-delle-pensioni-e-della.html

“ Il sistema italiano della previdenza sociale nacque nel 1898 con la costituzione della “Cassa Nazionale di Previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”; era un assicurazione facoltativa e volontaria, finanziata prevalentemente dai contributi versati dai lavoratori, e, in maniera minore, dallo stato italiano e da datori di lavoro o altre persone. Gli iscritti ricevevano una rendita vitalizia

al raggiungimento dei 60 o 65 anni, oppure nel caso fossero diventati inabili al lavoro.

Non essendo obbligatoria, nei primi anni riscosse un consenso molto limitato, per cui gli enti governativi furono costretti a introdurre l’obbligatorietà prima per i dipendenti pubblici, nel 1904, poi per i ferrovieri, nel 1910. Fu poi estesa a tutte le categorie lavorative nel 1919, quando nacque la “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”, ovvero la CNAS, sotto il governo Orlando, che assicurava pensioni di vecchiaia e di invalidità.

Nel 1924 fu costituito l’antenato del TFR (Trattamento di fine rapporto), cioè un’indennità da concedere, in questo caso, solamente al lavoratore licenziato. Nel marzo 1933 il governo fascista guidato da Benito Mussolini modificò il nome della “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali” in “Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale”, il famoso INPS; adesso oltre alla parte dedicata alla vecchiaia e all’invalidità, sono presenti anche i sussidi in caso di disoccupazione, di “malattia professionale”, di tubercolosi e di maternità, seppur in una forma primordiale. Nel 1935 l’intera normativa pensionistica venne unificata in un unico decreto legislativo, che resterà un punto di riferimento fino ai giorni nostri. Una novità introdotta da Mussolini fu l’istituzione, nell’aprile 1939, della pensione di reversibilità, cioè la parte della pensione spettante ad uno dei due coniugi alla morte dell’altro, molto importante viste le centinaia di migliaia di vittime causate dalla seconda guerra mondiale alla quale l’Italia prese parte per volere di Mussolini. Sempre nel 1939 i limiti di età per andare in pensione vennero fissati a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne.
Nel 1942 l
‘indennità in caso di licenziamento, introdotta nel 1924, venne trasformata in indennità di anzianità da riconoscere al lavoratore in proporzione al salario e agli anni di servizio.”

Molte modifiche alla leggi riguardanti le pensioni sono intervenute dopo la seconda guerra mondiale, ma nel boom economico degli anni ’60 quando erano più i lavoratori dei pensionati, nessuno si preoccupava del futuro del nostro paese, tutto a gonfie vele, andavamo al massimo.

Ora i nodi vengono al pettine.

Ieri in televisione e sui giornali sono apparsi numeri importanti relativi alle pensioni in Italia :

uno dei numeri era impressionante 7.000.000 di pensioni sotto mille euro e dobbiamo anche dire il totale di tutte le pensioni , e si tratta di oltre 18.000.000 e questo è veramente alto.

Perché la cosa suscita così tanto stupore ?

I numeri non sono democratici, ti colpiscono duramente, sono settemilioni di colpi ; nell’immediato ci immedesimiamo nel povero pensionato che non arriva a fine mese con i suoi 700 , 800 o 900 euro, una tristezza.

La quantità fa somma, i numeri fanno notizia, così, da soli.

Automaticamente.

E’ tutto così automatico in questa società tecnologica.

Io mi faccio delle domande, forse so alcune risposte, ma non ve le dico.

Qualcuno ha spiegato come quei settemilioni di persone ha ottenuto la pensione ?

Qualcuno ha precisato quanti anni di lavoro ha svolto per meritarsi tali somme ?

Qualcuno ha raffrontato il numero degli anni di lavoro in rapporto alle somme di contributi versate ?

Qualcuno ha confrontato con precisi calcoli attuariali il rapporto tra le somme versate e le somme riscosse dall’Inps dalla data di attivazione della pensione ?

Qualcuno ha elencato i debiti contratti da Istituti non INPS a suo tempo inglobati nel mega-calderone, che hanno amplificato il suo deficit e obbligato a pagare l’Inps somme non contratte dall’istituto stesso ? (scusate ma non so spiegarmi meglio devo fare degli esempi o è chiaro? …. Inpdap – Decreto salva Italia e ce ne sono altri… )

Qualcuno ha provato (sono oltre trenta anni che se ne parla) a dividere assistenza da previdenza ?

Qualcuno ha provato a scalfire aree protette ? (mi riferisco ai famosi “diritti acquisiti”) Appena se ne parla si alzano anche quelli che non parlano mai.

Qualcuno ha spiegato alla popolazione che le pensioni d’oro non sono parte integrante dell’attuale sistema retributivo, tagliarle è molto difficile (art. 3 della costituzione), forse è meglio limarle e limitarle in attesa che finiscano. In realtà prendere una pensione d’oro con il contributivo è impossibile: esiste un limite massimo di contributi versabili all’anno.

Qualcuno vuol ammettere che forse sono stati commessi alcuni errori nel momento in cui è stato permesso di andare in pensione a persone con solo quindici anni sei mesi ed un giorno ?

(Dpr 1092 che entrò in vigore il 29 dicembre 1973, era possibile andare in pensione con questo tempo di lavoro svolto NEL PUBBLICO IMPIEGO , con l’attuale sistema non avrebbero potuto farlo! Ricordiamoci che quel costo messo in bilancio dai politici di oltre 40 anni fa, costa oggi oltre 150 miliardi l’anno…TUTTI GLI ANNI …)

Qualcuno vuol parlare della “assistenza a pioggia” e mi riferisco agli scandali ricorrenti di ciechi che guidano, paralitici che si alzano dalla carrozzella come miracolati, sordi e ciechi che ballano a suon di musica e molti altri esempi elargiti nel passato e vengono a galla piano piano per non destare troppo clamore, tutti con assegno di invalidità regolarmente versato dagli enti assistenziali.

Qualcuno ha spiegato che molte pensioni diventano d’oro poiché altro non sono che la sommatoria di più pensioni, queste si cumulano ed ecco le cifre stratosferiche ! (ritonfa con i diritti acquisiti ! )

Il sistema contributivo attuale è corretto: ricevi in base a quanto hai pagato.
Bisognerebbe rivedere tutte le pensioni del passato sulla base di questo criterio, per una questione di equità.

Tutti sanno bene che settemilioni di persone sono settemilioni di consensi e tutti sanno bene quanto sono importanti i consensi.

Non ho mai voluto parlare di politica e alla fine ci sono cascato, in un argomento molto attuale.

Volevo farne un post dotto ed erudito, ma non voglio approfondire oltre. Mi fermo qui.

Voglio solo ricordare che politica è anche l’abilità e pazienza. Ce ne vorrà molta per spiegare bene le cose a quei settemilioni di persone e loro non dovranno essere un numero e basta.

Ognuno di essi sarà una persona, alla quale il politico di turno spiegherà esattamente cosa ne sarà della sua pensione, possibilmente tenendo conto come questa a suo tempo è stata calcolata.

LA PENSIONE

LA DITTA

LA DITTA

Un giorno Andrea, il figlio di un mio amico, spinto da una irrefrenabile voglia di fare qualcosa in questo mondo strano, non vedeva alcun spiraglio per il futuro, si decide a chiedere consigli al nonno paterno.
Il nonno di Andrea gli si para davanti un peo e uno sputo in terra, la pipa in bocca come un prolungamento del corpo ormai sputava anche con la pipa in bocca, troppo fastidio toglierla tutte le volte. Morta la moglie a 93 anni invece di smettere aveva continuato a fumare, tanto ormai diceva lui :
– Se dovevo morire a quest’ora ero già morto e una fumatina in più non sarà quella che ammazza ! –
Andrea non si era rivolto al padre, lo avrebbe fatto dopo. Il mio amico Ettore è una brava persona, non me se ne era dispiaciuto, in fondo la saggezza va ricercata nelle persone più anziane e quindi in nonno era perfetto.
Nonno Giangio non sempre elargiva consigli, sprizzava saggezza da ogni poro, e ne aveva tanti, la pelle raggrinzita aveva una superficie maggiore di quando era giovane, considerando le pieghe, ma non minore era l’elasticità mentale e l’acutezza.
Quindi Andrea espose con molta semplicità l’idea :
– Oh Nonno ! Sai voglio fondare una società, con degli amici avvieremo una produzione di accessori per bici sportive, tutta roba in titanio. Che ne pensi ? –
La domanda sembrò al vecchio come una fucilata, il nipote a cui teneva molto, non era l’unico, ma il più grande e il nonno lo reputava un giovane capace e responsabile.
La risposta non venne subito ci vollero un paio di pei fatti bene.
– Ma quanti siete ? Lo sai, le società stanno bene in dispari e tre son troppi ! –
– Siamo almeno quattro.-
e il nonno :
– Senti ti posso rammentare solo un caso che mi ricordi dove una ditta di due persone è andata bene
un artigiano e suo fratello dove uno sapeva lavorare e l’altro non ci capiva nulla però sapeva riscuotere, è andata bene fino a che uno è morto e allora la ditta ha chiuso perché anche solo saper lavorare non basta più, ci vuole cervello per gestirla. Voi siete in quattro, ma figurati ! Meno , meno !! –
– Ma nonno !! L’idea sembra buona e poi faremo prodotti di alta qualità, indistruttibili! –
– Ma se non si rompono come fa la gente a ricomprarli ? –
La logica del nonno era schiacciante.
Ad Andrea tutto sembrava facile, un vero e proprio sognatore.
Poi non si confrontava con le questioni reali…ed eccoci al nocciolo …
Chiede il nonno :
– ma i soldi chi ve li dà ? –
– mm.. sembra ci siano dei finanziamenti per l’impresa giovane e qualche migliaio di euro si raccattano –
– Ascolta! I soldi te li do io, se poi te li danno quelli di “impresa giovane” meglio, ma quelli di “impresa vecchia” prendili, ti faranno comodo comunque.
– Quando cominciate ? –
– Martedì ! –
Il nonno scosse la testa,
– Ormai aspetta Mercoledì, “né per Vene né per Marte si dà avvio all’arte”! –
Per il nonno quando si parlava di “lavoro” il significato era qualcosa di veramente duro, non un ruzzino che si fa tanto per passare il tempo, aveva cercato di trasmettere più volte il senso di questa parola alla famiglia, certe volte anche scherzando.
I giovani hanno padiglioni auricolari da super-eroi, le dotazione di serie sono dei filtri nei quali passa solo quello che fa comodo, il resto rimane invischiato tra cerume e ricrescita della pelle.
Il nonno aveva raccontato spesso al nipote di quando in casa non c’era proprio nulla , ma nulla da mangiare e anche le briciole di pane sulla tavola erano una risorsa, ogni piccola briciola rappresentava una parte di un possibile boccone, niente andava buttato, era un insulto alla vita, alla famiglia, proprio una cosa proibita e se venivano le formiche se ne andavano via piangendo, perché non c’era niente per loro. Glielo aveva detto spesso ad Andrea –
– Te non c’eri quando io vedevo piangere le formiche ! –
Andrea anche piccolino sapeva che le formiche non piangono, mai lontanamente si sarebbe immaginato un assurdità del genere. Tutte le volte si scompisciava dal ridere.
Sapeva benissimo che suo nonno aveva sofferto molto, visto la carestia, ma lui cresciuto negli agi della società moderna, non percepiva quanto fossero state gravi quelle situazioni, non avendole vissute.
Così una parte del gruzzolo del nonno se ne stava andando nelle mani del ragazzone iperattivo, dopo gli studi classici e un po’ di università aveva preferito interrompere gli studi, sentiva che gli avevano già dato molto, una mentalità aperta, una buona capacità critica, voglia di fare qualcosa di proprio.
Non era l’ingegno che gli mancava, fin da piccolo era sempre stato portato alle cose tecniche, ma le aveva sempre relegate nell’area passatempi e hobby, ora invece stavano diventando lavoro, ed era un altra cosa.
– Ah ricordati che codesti soldi sono come i fiammiferi !-
– Che vuol dire ? – risponde Andrea incuriosito
– Hai visto i fiammiferi tu li strusci e si incendiano ? E codesti soldi è uguale, se non li bagni con il sudore invece di aumentare tu li finisci subito !!-
Che nonno ! Ce l’avessero tutti !

LA DITTA

 

 

 

 

 

questo racconto è stato pubblicato nel libro  Oichebelcastello racconti

di Roberto Francalanci

potete acquistare il libro in formato digitale o cartaceo su Amazon

DIGNITÀ E PERSONA

DIGNITÀ E PERSONA

“L’inverno volgeva alla fine, il capo branco dei lupi in cima a tutti procedeva in testa rassicurava i giovani dicendogli che presto sarebbe arrivata la primavera. Ma a un certo punto un giovane lupo decise di fermarsi, disse che ne aveva abbastanza del freddo e della fame e che sarebbe andato a stare con gli uomini, la cosa importante secondo lui era di restare vivo, così il giovane si fece catturare e con il passare del tempo dimenticò di essere mai stato un lupo. Un giorno di molti anni dopo, mentre accompagnava il suo padrone a caccia lui corse servile a raccogliere la preda. Si rese conto che la preda era il vecchio capo-branco. Divenne muto per la vergogna, ma il vecchio parlò e gli disse così :
– io muoio felice perché ho vissuto la mia vita da lupo, tu invece non appartieni più al mondo dei lupi e non appartieni nemmeno al mondo degli uomini, la fame viene e scompare, ma la dignità una volta persa non torna mai più.”
Inizio il post con questa novella per riflettere su una parola non tanto comune.
L’umanità ne fa ricorso più volte , sempre quando ci sono situazioni non “degne” , ma la casistica è molto ampia.
Le origini di questa parola le troviamo nel vocabolario italiano:
“nobiltà morale che deriva all’uomo dalla sua natura, dalle sue qualità, e insieme rispetto che egli ha di sé e suscita negli altri in virtù di tale sua condizione: comportarsi con dignità; una persona priva di dignità; difendere la propria dignità | decoro, rispettabilità: la dignità di un’istituzione” |
In epoca pre-cristiana dignità era concetto connesso al “ruolo” di una persona. Nelle civitas romane di era repubblicana dignitas denota il rango sociale. Scopo nella vita diventa spesso accrescimento della dignitas (F. Bartolomei – La dignità umana)
Ecco che Kant recita : “Ma l’uomo considerato come persona è elevato al di sopra di ogni prezzo, perché come tale egli deve essere riguardato non come mezzo per raggiungere i fini degli altri e nemmeno i suoi propri, ma come un fine in sé; vale a dire egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto), per mezzo della quale costringe al rispetto di se stesso tutte le altre creature ragionevoli del mondo ed è questa dignità che gli permette di misurarsi con ognuna di loro e di stimarsi loro uguale”
e ancora :
“La moralità, come condizione di questa autonomia legislativa, è dunque la condizione della Dignità dell’uomo e moralità e umanità sono le sole cose che non hanno prezzo”
il tutto confermato da Bartolomei.
In rete il blog http://marciadelladignita.blogspot.it/2013/11/sulla-umana-dignita-di-mario-tiberi.html
e Tiberi blog racconta di aver partecipato alla marcia della dignità a Perugia e dopo ha fatto delle considerazioni come me sulla parola dignità che terminano con queste affermazioni:
“Dove non vi è il rispetto totale del principio morale e giuridico che “la legge è uguale per tutti”, là non vi è dignità. Dove non vi è guida etica nel governo dei negozi pubblici, là non vi può essere dignità. Quando, invece, il debole e l’oppresso sono difesi, sostenuti, carezzati con amore e dedizione, lì vi è dignità. Quando, invece, la donna nella pienezza del suo essere femmina è tutelata, salvaguardata e protetta, soprattutto nel momento in cui è disgraziatamente divenuta oggetto di infamanti violenze sia fisiche che psichiche, lì vi è dignità. Quando, invece, a un popolo è riconosciuto il pieno diritto alla sua autodeterminazione, lì vi è dignità.
Riassumendo: non vi è legge dell’universo che non possa essere modificata dall’esercizio delle ragioni dell’intelletto ed anche da quelle del cuore; non vi è legge dei potenti che non possa essere sovvertita dal giusto desiderio dei popoli di vivere in pace, benessere, giustizia e libertà e pace, benessere, giustizia e libertà altro non sono se non i valori fondanti della umana DIGNITA’.”

Poi Carlo Crosato, L’uguale dignità degli uomini. Per una riconsiderazione del fondamento di una politica morale, ed. Cittadella, Assisi 2013
“In Italia la Costituzione garantisce la libertà in diverse forme : il diritto alla libertà della persona fisica, di domicilio, di circolazione, di pensiero, a riunirsi pacificamente, diritto di riunione e di associazione, di religione.
Non ci sono più gli schiavi che erano trattati non come esseri umani, ma come bestie.
La libertà vera è quella dal bisogno e l’uomo veramente libero in tutta la sua dignità è quello affrancato da ogni forma di indigenza.
Vi sono parecchi pensionati che possono contare su un reddito di poche centinaia di euro, ma non per questo abdicano alla loro dignità e cercano di tirare avanti senza chiedere niente a nessuno. Sono, in effetti, quelli che più meritano il nostro rispetto ed il nostro aiuto.
Oggi, in un mondo che ha perduto, quasi tutti i valori, che non conosce più sentimenti, dove domina la violenza più brutale, come possiamo vedere quotidianamente sfogliando le pagine di un giornale o guardando le immagini del nostro televisore, ancora troppi sono privati della libertà. E’ tutelata la libertà di stampa e di espressione del pensiero con ogni mezzo di diffusione, ma a questo proposito dobbiamo chiederci quante persone senza scrupoli e senza una deontologia professionale violano, in suo nome, la personale “riservatezza” cui tutti hanno diritto.
Senza dire che molti, dimenticando ogni codice morale, e si avvalgono della libertà di stampa per eccitare e risvegliare quegli istinti più bassi che sussistono nell’uomo  mettendo sotto l’occhio smaliziato dello spettatore o del lettore racconti di fatti e notizie che spingono all’emulazione.
Saper discernere il bene dal male: questa è la vera libertà che dà dignità all’uomo, quella che non nuoce agli altri.
Qualunque attività umana, dalla più umile alla più impegnativa, da quella di operatore ecologico a quella del professionista, da quella del ciabattino a quella, per esempio, dello stilista di moda e dell’artista, deve essere svolta con dignità, cioè rispettando certi valori, che oggi stanno diventando, purtroppo sempre più rari. L’individuo ha bisogno di provare certe sensazioni, come quella di aver compiuto dovere nei confronti della società, di aver assolto ai suoi compiti, altrimenti la sua vita si trasforma in un succedersi di giorni che, invece di esaltarlo, gli trasmettono un senso d’insoddisfazione, d’inutilità, di vuoto dentro l’anima.”
C’è lo spot di Amnesty international “IO PRETENDO DIGNITA’” e anche un blog della Chiesa Cattolica che descrive con dovizia storica la dignità della persona umana con dettagliate informazioni inerenti la bioetica internazionale.
Voglio citare : http://lostileliberomak.blogspot.it/2013/12/illavoratore-modello-e-un-uomo.html
un blog provocatorio, ma non meno efficace nei contenuti che afferma :
“La dignità del lavoratore è direttamente proporzionale al suo potere d’acquisto”.
Con un precisa cronistoria delle parole e con riferimenti a Musil (scrittore austriaco del primo 900) “questo adora il denaro, l’ordine, la scienza, il calcolare, il misurare e il pesare, ossia in fin dei conti lo spirito del denaro e dei suoi affini, e nello stesso tempo lo deplora. Mentre durante le ore di lavoro martella e conteggia, e fuori di quelle si comporta come un’orda di bambini, sbalestrata di eccesso in eccesso dall’incalzante problema: e ora cosa facciamo”. Frantumare la totalità e con essa l’uomo è infatti solo l’ultima “furbata” per rendere la vita meno faticosa e più “semplice” (nel tedesco la parola “schlecht” (cattivo) è prossima a “schlicht” (semplice)).
La vita sembra così acquistare un valore solo se il “prezzo” le viene riconosciuto da qualcuno disposto a pagarlo. Un “prezzo” che sembra poter essere saldato esclusivamente col lavoro.
All’autonomia dell’homo faber preindustriale, che poteva racchiudere la propria attività manuale nel prodotto finito, abbiamo sostituito l’alienato lavoratore “qualificato” che, da solo, non sa fare quasi nulla.” Ho scritto qualcosa di simile in un recente post sul lavoro.
Arrivo a concludere che la dignità è un valore fondante e dovrebbe essere come per certe auto una “dotazione di base” e non un optional. Ci sono persone che abbandonano la dignità e i motivi sono diversi, il lupo della novella, ha scelto lui di andare a mangiare pasti caldi perdendo l’identità di branco, la dignità, insomma .. tutto. Le persone che abbandonano la dignità o costrette ad abbandonarla non devono essere identificate con quelle che hanno perso il lavoro.
Aggiungo, chi la dignità ce l’ha ancora potrebbe aiutare coloro che la stanno perdendo, del resto i lupi pur essendo nel branco del fuggitivo non potevano soccorrere chi aveva fame e andava a farsi incatenare dall’uomo o impedirgli di farlo, mentre siamo… PERSONE.

DIGNITA' E PERSONA

 

SPECIALIZZATO o ARTISTICO

SPECIALIZZATO o ARTISTICO

Il lavoro è inteso con una forte connotazione negativa …Non è un caso che al termine latino “labor” corrispondano termini italiani come fatica, travaglio,pena…
Con l’avvento dell’era industriale il concetto di lavoro assume un significato di erogazione da parte dell’uomo di una forza produttiva che al tempo stesso è trasformatrice e creatrice.
Nei decenni successivi il concetto di lavoro si identifica in parte anche con un concetto di elevata socializzazione, sia perché le sempre più numerose fabbriche si caratterizzano per una crescente aggregazione di persone, sia perché connesso al lavoro vi è un marcato processo di inurbamento con lo sviluppo di agglomerati residenziali densamente abitati nelle immediate vicinanze delle fabbriche.
L’era industriale introduce a gran forza la specializzazione, i cicli produttivi, sempre più complessi, necessitano di molte figure intermedie con competenze diverse, spesso associate a differenti impianti o macchine.
Il rapporto uomo/macchina si rafforza con conseguente forte dipendenza del lavoratore dalla macchina stessa, e ad un cambiamento del processo produttivo con sostituzione delle macchine comprese nello specifico ciclo produttivo si sostituisce anche il lavoratore , a meno che non impari ad usare la nuova macchina. La chiusura di una unità produttiva comporta spesso la perdita di posti di lavoro senza possibilità di reinserimento, se non in aziende con cicli produttivi simili, e quando un intero comparto settoriale cede in un’area, la disoccupazione diventa una realtà per quei lavoratori.
Lo smembramento dei cicli produttivi consente la creazione di aziende satellite con alti livelli di specializzazione. Più alto è il livello di specializzazione e più alte diventano le remunerazioni del personale specializzato.
La possibilità di poter lavorare per realizzare un prodotto finito per intero (mi riferisco al settore manifatturiero) si allontana in modo irreparabile, un lavoratore di un calzaturificio ad es. partecipa al montaggio di una soletta, o incolla per l’intera giornata lavorativa parte del tacco.
I lavoratori specializzati nel momento di crisi attuale soffrono più degli altri in quanto la loro caratteristica li rende meno versatili e spesso non riescono a collocarsi in modo adeguato o escono dal mondo del lavoro.
Nessun paragone con l’arte/mestiere di calzolaio che esercitava mio nonno nella sua bottega di Pillo (frazione di Gambassi Terme), prendeva la misura del piede alla futura sposa o al giovane contadino. (mi riferisco all’immediato dopoguerra quando solo a Castelfiorentino c’erano oltre 20 calzolai) fino a tagliare suola, tomaia etc. , montare l’intera scarpa e cucirla nella misura corretta.
Calzolai del genere in tutta la toscana esistono ancora, non credo superino il n. delle 100 unità produttive e non si parla di un migliaio di persone ! (per scrupolo ho visitato il sito di calzolaio.it e ce ne sono censiti 74 in toscana)
I calzolai avevano la soddisfazione di poter realizzare qualcosa di concreto a differenza dei molti lavoratori dell’industria manifatturiera. La molla che spinge il lavoratore a diventare artigiano è quella della creazione artistica, insita in ognuno di noi e se attivata può contenere energie notevoli.
Allo stato attuale il settore manifatturiero soffre, ma quello artigianale non va meglio, in certi casi è sparito completamente.
Ci potrà essere una inversione di tendenza ? Avremo una nuova diffusione delle arti e dei mestieri ?
Ci sono ancora in giro persone disposte a “insegnare” i loro saperi, i loro segreti ?
E non mi riferisco al solo calzaturificio !
Andiamo a scovare competenze tra le persone ancora vive, potremo trovare delle risorse inaspettate, si tratta solo intanto di cercare di censire quel che c’è, e non credo sia un grande sforzo.