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IL MIO AMICO GIARDINIERE di Jean Becker – 2007

 

IL MIO AMICO GIARDINIERE di Jean Becker – 2007

Il film è un dialogo tra due amici, e se non ci sofferma ad ascoltare ogni singolo spunto che propone, può risultare monotono, ma non lo è affatto, ci ritrovo i valori dell’amicizia, di umiltà e semplicità di stili di vita.
I protagonisti sono due artisti, a modo loro, e dalla loro amicizia si sviluppa un rapporto particolare, simile a quello che in natura viene definito simbiosi.
L’uno il pittore parigino, autoreferenziale e pieno di sé, l’altro il giardiniere generoso, ingenuo, pronto al confronto e alla meditazione. Ognuno ascolta l’altro, sono pronti a cogliere la minima opportunità, ma soprattutto è il pittore che si affascina fino a stupirsi per la visione semplice e onesta del mondo del suo amico giardiniere.

RIFIUTI E CIVILTÀ

RIFIUTI E CIVILTA'

 

RIFIUTI E CIVILTÀ

Vi ricordate il bambino di “ET incontri ravvicinati di terzo tipo” ?
L’ americanino vitaminizzato di tre anni incontra un simpatico extraterrestre, forse anche il piccolo attore non sapendolo ha rappresentato un nostro modello di alimentazione, vita e altro.
Mentre gli Stati Uniti ci mostravano dei possibili extraterrestri amichevoli, nel contempo esibivano il loro modello di sviluppo, e non solo con il film si diffondeva nell’intero globo terrestre.
I nostri bambini treenni che sventolavano contenti il vasino affermando di avere fatto tanta c…a sono diventati bambini coscienti che i loro rifiuti erano proporzionali alla quantità dei cibi che ingerivano e più mangiavano più ne avrebbero prodotti!
Gli americani ogni volta davano prova che il loro modello era vincente, e mentre noi avevamo incrementato le quantità di cibo ingerito, eravamo pronti per il grande balzo, anche noi avremmo iniziato a confezionare prodotti piccolini in scatoloni giganti, per far credere agli ottusi consumatori che dentro la scatolona c’è il prodottone, e così via, tutto allo scopo di generare quel mega processo che puntava a produrre rifiuti in una quantità paragonabile a quella degli americani.
L’unica differenza è che loro sono sempre stati pochi in rapporto ad una estensione enorme, per cui se da qualche parte c’era puzzo per una qualche discarica, non brontolava nessuno.

Mi sono capitati molto tempo fa dei libri che cercavano di analizzare il perché gli americani e in particolare ogni persona che rappresentava “potere” (quindi industriali, manager, dirigenti etc) buttasse via così tanta roba ; una delle ragioni che stava alla base era quella che più si butta via e più si dimostra di avere, e così tutti dovevano entrare nel circolo vizioso, dove per avere occorre sacrificio, lavorare duro, guadagnare per poter permettersi di avere e quindi poi di poter gettare.
Al tempo della società dell’avere sembra pian piano delinearsi una società dell’essere, dove piccoli gesti quotidiani ci fanno tornare persone coscienti di vivere in un pianeta con dei limiti ben precisi, dove le risorse sono esauribili e se la moglie di Obama coltiva l’orto e gli americani ora hanno un modello diverso di riferimento rispetto ai molti presidenti degli Stati Uniti (più o meno guerrafondai e bel lungi da comunicare messaggi inclini alla sobrietà)
La quantità dei rifiuti prodotti possono essere una delle chiavi di lettura della civiltà di un popolo?
Affermare che sono inversamente proporzionali alla crescita di civiltà è corretto ?
Prima degli americani c’erano gli indiani d’america meglio noti come “pellerossa”. Totale rispetto della natura, uccidevano i bisonti quanto basta e ne utilizzano anche la più piccola parte.
Arriva “l’uomo bianco civile” e neanche cent’anni dopo i bisonti diventano quasi un animale in estinzione, i cacciatori ne utilizzavano la pelle, lingua e poco più, poi tutte carcasse al sole a marcire.
Non importa andare tanto lontano, anche i contadini che io stesso ricordo, avevano la porcilaia, tutti i resti di cibo buttati insieme al letame, tutto veniva riutilizzato e del maiale non si buttava via nulla, persino confezionavano dei pennelli con il pelo.
Altri tempi.
Almeno se abbiamo avuto qualche periodo felice cerchiamo di ricordarlo, specie se fa stare bene !
Ma, ora ?
Abbiamo gestito male il ciclo dei rifiuti in passato, un esempio che voglio citare per intero è un estratto dal libro Ecoballe di Paolo Rabitti, perito della Procura di Napoli nei procedimenti giudiziari sui rifiuti campani, permette di fare il punto sulle responsabilità di un disastro unico al mondo.
“Sulla vicenda sono in corso due processi a cui è demandato l’accertamento delle responsabilità penali degli imputati; ma sul meccanismo che ha portato a sommergere la Campania sotto cumuli di rifiuti non ci possono più essere dubbi. Questo meccanismo è la sistematica violazione dell’ordinanza con cui, fin dal marzo del 1998, l’allora Ministro degli interni Giorgio Napolitano aveva delineato i termini con cui avrebbe dovuto essere affrontata la crisi dei rifiuti nella regione.
Quell’ordinanza prescriveva il raggiungimento del 35% di raccolta differenziata; l’affidamento per 10 anni della gestione di tutti i rifiuti urbani prodotti in Campania a valle della raccolta differenziata; la realizzazione entro l’anno degli impianti di selezione e trattamento delle frazioni secca e umida del rifiuto indifferenziato e, entro il 2000, di due inceneritori predisposti per il trattamento del solo Cdr (la frazione secca del rifiuto indifferenziato, trattata perché raggiunga un tot potere calorifico). Per evitare indebiti accumuli di Cdr fino alla realizzazione degli inceneritori, lo stesso doveva essere bruciato in altri impianti, anche fuori regione; e per non pregiudicare la raccolta differenziata, il Cdr non doveva eccedere la metà dei rifiuti complessivamente prodotti in Campania. L’elettricità prodotta dagli inceneritori avrebbe goduto, per un periodo di 8 anni, degli incentivi Cip6 cioè di un prezzo di cessione dell’elettricità generata con i rifiuti 4 volte superiore al costo di produzione di un ordinario impianto termoelettrico. Il decreto Napolitano era in perfetta linea con le esperienze all’epoca più avanzate di gestione dei rifiuti urbani e ne riproduceva le fasi e le caratteristiche principali.
La prima violazione del decreto avviene con il bando di gara indetto dal Commissario straordinario ai rifiuti, l’allora Presidente della giunta regionale di centrodestra, Rastrelli. Il bando viene dimensionato per il trattamento di tutti i rifiuti prodotti dalla regione e non solo della parte che residua dalla raccolta differenziata; le prescrizioni del capitolato d’oneri riguardano solo l’inceneritore, senza alcun riguardo per gli impianti di selezione e trattamento a monte dell’incenerimento; non una parola viene fatta sugli impianti di compostaggio (processo che trasforma la frazione organica in un ammendante per i suoli agricoli), senza i quali la raccolta differenziata dei rifiuti urbani non ha senso. Una scelta a favore del «tutto fuoco» che rispecchia l’orientamento della giunta regionale dell’epoca, ma che viene poi confermata dalle successive giunte Bassolino di centrosinistra. Per di più si affida all’impresa vincente il compito, pubblico, di scegliere i siti dove costruire gli impianti.
La seconda violazione è con l’aggiudicazione del servizio. Viene scelto il progetto del raggruppamento Fisia-Impregilo, che la commissione tecnica giudica il peggiore tra quelli presentati (era obsoleto già 10 anni fa); inoltre in esso si prospetta la produzione di compost senza fare la raccolta differenziata della frazione organica, ma ricavandolo dal rifiuto indifferenziato, e in quantità superiori alle capacità di trattamento degli impianti: è evidente che non si intende né produrre compost, per il quale ci vuole la raccolta differenziata, né stabilizzare – cioè rendere inoffensiva – la frazione «umida» del rifiuto indifferenziato; ma solo chiamare compost tutto ciò che viene scartato nella preparazione del rifiuto combustibile per l’inceneritore. Non basta, l’impresa proponente subordina la validità della sua offerta all’accettazione da parte della stazione appaltante di una nota del tutto illegale dell’Abi che «mette al bando» la raccolta differenziata di plastica e carta – gli unici materiali combustibili che possono alimentare un inceneritore – attraverso la formula deliver or pay: i comuni devono pagare a chi gestisce gli impianti la stessa tariffa sia che facciano la raccolta differenziata o no. Lo scopo è quello di massimizzare gli incassi da produzione di energia elettrica: più rifiuti ci sono, più si guadagna. Molti economisti sostengono che gli incentivi per le fonti rinnovabili alterano i meccanismi di mercato. E’ vero, ma promuovono il futuro: cioè l’unica alternativa energetica in un’era post-fossile. Gli incentivi per l’incenerimento finanziano il passato: la dissipazione, con rendimenti insignificanti, di tutta l’energia utilizzata e contenuta nei materiali distrutti; uno spreco concepibile con un’offerta di combustibili fossili illimitata e senza l’assillo dell’effetto serra: un’epoca ormai alle nostre spalle.
La terza violazione del decreto Napolitano si verifica cancellando dolosamente dal contratto le clausole che obbligano l’appaltatore a bruciare i rifiuti combustibili in altri impianti fino al completamento dell’inceneritore e quelle che limitano il materiale da bruciare alla metà dei rifiuti prodotti in regione. Quelle clausole obbligherebbero l’appaltatore a pagare il servizio a altri operatori, perdendo gli incentivi Cip6. Meglio allora impacchettare quel tesoro in migliaia di «ecoballe», in attesa di poterle bruciare nel proprio forno. Se poi la realizzazione dell’inceneritore tarda e le ecoballe diventano milioni, che importa? Valgono tant’oro quanto pesano, tanto è vero che le banche (ecco che torna in campo l’Abi) le accetteranno a garanzia dei prestiti concessi, come fossero tanti barili di petrolio (quelle accumulate l’anno scorso valevano già un miliardo e mezzo di euro).
Se poi questi stoccaggi illeciti – dopo un anno gli stoccaggi cessano di essere depositi temporanei, autorizzati dalla legge, e diventano discariche, per le quali sono necessari presidi ambientali mai realizzati – costano troppo, si mette a carico del Commissario, cioè di tutta la nazione, la differenza tra il prezzo pagato alla camorra, proprietaria delle aree di stoccaggio, e quello che l’appaltatore aveva indicato nella sua offerta al ribasso. E’ la quarta violazione del decreto: una porta spalancata alla camorra che affitta camion per portare le ecoballe in giro per tutta la regione e i terreni dove accumularle.
Quinta violazione: per produrre più ecoballe si fanno lavorare i Cdr al di sopra delle loro capacità; si sospende la manutenzione e li si mette fuori uso, anche perché non c’è più un solo buco dove conferire la parte più molesta del loro output: la frazione umida non lavorata e puzzolente che dovrebbe essere compost. Sembra che rovinando i propri impianti i titolari dell’appaltato danneggino se stessi; ma non è così. Con quegli impianti fuori uso e le discariche piene, i rifiuti si accumulano per le strade e l’emergenza torna a farsi pressante. Tanto da giustificare nuove ordinanze e nuove deroghe: cioè l’autorizzazione a produrre compost che non è compost e Cdr che non è Cdr. E nuovi impianti con lucrosissimi incentivi: non più un solo inceneritore e nemmeno 2, ma 4; e tutti con gli incentivi Cip6, aboliti nel resto dell’Italia e fuorilegge per la Commissione europea. «Da diverse conversazioni intercettate – scrive Rabitti – emerge il sistematico ricorso al blocco della ricezione dei rifiuti come strumento di pressione per avere le autorizzazioni agli stoccaggi e per giustificare i provvedimenti». Ecco spiegata l’emergenza rifiuti.”

Passa il tempo, sono ormai 5 anni che il libro è stato scritto e non è cambiato molto, ci vuole tanto a prendere coscienza di un problema, capire, diffonderlo, farlo condividere, aspettare pazientemente che altri se lo prendano a cuore, poi basta poco e per un interesse, egoismo, campanilismo, o bassa politica, qualcosa va di traverso e le buone iniziative si insabbiano nelle sabbie mobili del disinteresse. E’ veramente triste.
C’è voluto anche Saviano per raccontare cosa c’è dietro. Se noi italiani avessimo avuto un territorio come gli Stati Uniti, magari non avrebbe brontolato nessuno, i rifiuti sarebbero stati buttati in qualche remota vallata delle montagne rocciose, tutto dimenticato. O magari per non avere vicino i rifiuti i loro produttori li avrebbero spediti in una mega discarica nel terzo mondo, l’Africa ne è piena.
I problemi non si devono risolvere così, si danneggiano altri paesi, altre civiltà.
Qui ora abbiamo falde contaminate, terreni inzuppati di rifiuti tossici e chissà per quanto se li dovranno tenere le persone che ci vivono vicino.
Ecco che la nostra civiltà si deve interrogare sul suo futuro, perché c’è la necessità di ritornare a modi di vita più sobri, regole di vita condivise, ma ci vorrà del tempo.
Non abbiamo più tempo, dobbiamo farlo subito, se ne accorgono anche i giovani, ne cito uno, il primo che trovo, è un esempio, un’altra voce fuori dal coro, indica delle regole su come fare meglio la differenziata.
Tra plastiche, derivati del petrolio di ogni tipo spesso non compatibili tra loro, ci dobbiamo barcamenare in mezzo a rifiuti di ogni genere e diventa difficile classificarli, e un giovane pieno di iniziativa come : http://francescocucari.it/ si inventa un dizionario dei rifiuti scaricabile anche in applicazione per telefonino. Ci sono anche decine di blog sulla raccolta differenziata per aiutare tutti coloro che hanno dubbi o incertezze su come agire.
Eppure vedo ancora incivili che raccolgono tutto in un grande saccone nero e lo buttano dove capita, mi viene da pensare, e non posso farne a meno :
– Non è così che si partecipa in modo positivo alla vita di un paese civile. – !

SEMI E LIBERTÀ

SEMI E LIBERTÀ

prima metto un link della situazione della legge europea sulle sementi

http://www.aiab.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1861:regolamento-europeo-sulle-sementi&catid=75:comunicati-stampa&Itemid=33

poi ringrazio il Comune di Montespertoli per avermi dato la possibilità di partecipare al convegno sui semi a Montespertoli in data 19 ottobre e accludo questa breve relazione.

Gli interventi sono stati interessanti e ho avuto modo e maniera di capire qualcosa in questo complicato argomento che nei prossimi giorni sarà oggetto di dibattito al parlamento europeo.
Non ho sentito nessuno parlare del costo delle sementi (cioè di quanto incide sul bilancio dell’agricoltore) e di sicuro i nostri nonni non avevano questo problema, e questo mi ha stupito)
E’ stato posto l’accento sulla necessità di una catalogazione precisa per evitare con la distribuzione libera dei semi la pericolosa introduzione dei semi OGM.
Uno dei relatori, l’agronomo Riccardo Bocci, ha sottolineato che in sede comunitaria siamo male rappresentati, non ci sono proposte adeguate che possano ribattere l’impianto normativo in fase di approvazione, le regole sono in gran parte dettate da grandi aziende sementiere tedesche e francesi che fatturano cifre spaventose, i legislatori si affidano a loro spesso per incompetenza nel settore.
Il problema principale sembra essere un vuoto legislativo solo italiano, non abbiamo stilato un catalogo delle sementi come invece ad es. ha predisposto la Francia,
Benedettelli, della facoltà di Agraria, afferma che si possono utilizzare i semi autoprodotti, ma occorrono degli accorgimenti particolari e comunque i risultati non sempre sono pari a quelli dei sementi selezionati dalle aziende specifiche, l’agricoltore per produrre il sospirato reddito infatti non può permettersi di rischiare ed usare i semi autoprodotti e li compra, da qui i profitti enormi delle aziende sementiere.
Il problema è il voler produrre sempre e comunque in quantità crescenti, gli aiuti intervengono dalla chimica, dalla genetica, e li stiamo pagando a caro prezzo.
Noi cittadini italiani possiamo documentarci, capire, e democraticamente scegliere la strada che riterremo più giusta, ma attenzione, avverte Bocci, non dobbiamo pendere dalla parte di chi avrà più forza per urlare le sue ragioni, e nemmeno dai più organizzati nel marketing e nella comunicazione, ricordiamoci che il futuro e la salute dei nostri figli e del nostro paese sono la cosa più importante.
Mi sono avvicinato alla terra da pochissimi anni, sono un “dummy” come direbbero gli inglesi, ma proprio la mia caratteristica di principiante, mi vede immune per ora da ogni influenza politica, corporativa, scientifica.
La mia idea sui semi : in quanto reddito per alcuni sono spesa per altri, non vedo come non si possa ritornare a produrre semi autonomamente e chi non ha abbastanza denaro per comprarli deve poter utilizzare parte del suo prodotto e riseminarlo.
Si parla di “tracciabilità” e di reddito “al di sopra dei due milioni di euro” , è assurdo !
Come mai si pensa solo ai ricchi e non ai poveri ? E’ evidente che la legge è stata suggerita dai sementieri…. Sono i poveri come quelli dell’India che si suicidano, non i ricchi ! Se non ho capito male 270.000 in un anno solo in India, questo sembra a causa dell’uso sconsiderato di sementi super-produttivi che poi necessitano di super concimazioni e trattamenti antiparassitari che mandano poi in crisi gli agricoltori stessi.
Nella “pancia” della nuova legge ci DEVONO mettere un limite minimo per garantire l’area dei piccoli agricoltori (e in Italia sono tantissimi) che può essere il reddito, o la superficie lavorata, se si tratta di un agricoltore diretto o di un terzista e quanti ettari lavora, o un altro parametro che indichi che quel soggetto produttore non è “pericoloso” per il mercato, ma svolge quell’attività tanto importante che è il conservare la biodiversità, e gli si deve permettere di ri-usare le sementi, e non credo debba spettare a loro l’onere della catalogazione.
Il piccolo agricoltore deve anche poter vendere la sua produzione, che anche se non certificata sarà sempre migliore di un OGM e qui potrebbe essere regolamenta la distribuzione di prodotti biologici non certificati, che anche se non esiste perché non crearla ; chi lo impedisce ? Del resto se fanno le leggi sui semi possono farle di nuove sul commercio dei prodotti non catalogati, ad es. ognuno venderlo accompagnato dalla foto del prodotto stesso e la relativa certificazione di origine da rilasciare su richiesta.
Se questo agricoltore sentisse l’esigenza di dover catalogare un nuovo seme lo stato, la regione, o comunque il soggetto giuridico preposto dovrebbe espletare l’intera pratica, non appena segnalata, senza costi, sono le pubbliche amministrazioni che devono preservare il patrimonio, a loro l’onere, ai moderni contadini il buon senso di “preservare” come fino a qualche anno hanno fatto gli “agricoltori custodi” della Arsia.
L’individuazione di parametri per individuare gli onesti sono difficili, siamo italiani, abbiamo il “furbo” nel DNA appena uscita la legge l’agricoltore di medie/grandi dimensioni disonesto telefonerà al commercialista, all’agronomo, all’avvocato e chiederà come rientrare nell’area dei piccoli dove “si fa quello che ci pare” e garantire la redditività elevata.
Sarà cura sempre degli organismi pubblici controllare eventuali soggetti irregolari che producono mescolando le produzioni agricole come talvolta nel passato.
Ho visto il video di Vandana Shiva sulla libertà dei semi la sua messa a punto della banca del seme, dall’India ci avverte che la sua battaglia può diventare anche la nostra.
Attenzione ! anche questo modello indiano sembra essere bellissimo, ma i modelli non possono essere importati così come sono, facciamo ancora parte della CEE, il meccanismo è ancora questo, vengono emanate direttive comunitarie e poi i singoli stati si adeguano.
Noi per fare gli adeguamenti abbiamo bisogno delle Regioni, (in assenza di una legge dello Stato) abbiamo sempre avuto questa concezione di vita tutta italiana a “capannelli” cioè aree dove le regole cambiano a seconda del luogo dove ci troviamo.
Dobbiamo prendere atto che il mondo è cambiato e ci siamo abituati alle comodità della vita moderna, la natura spesso aveva la meglio e le coltivazioni subivano aggressioni degli agenti naturali, ma al contempo abbiamo perso anche quelle competenze che permettevano a tutti gli agricoltori di auto-produrre le loro sementi.
Da Vandana Shiva dobbiamo copiare l’umiltà con la quale si è adoperata nel ricercare le sementi abbandonate/escluse recuperando i saperi degli agricoltori e negli anni attivato quella importante realtà di banca del seme che come Don Chisciotte combatte contro i mulini dei sementieri. (un es. solo di riso oltre 500 specie di ogni colore e grandezza).
La necessità di catalogazione si scontra con l’idea di Vandana Shiva di libertà dei semi, credo entrambe siano giuste e la nuova legge dovrà tenerne conto, la soluzione da me proposta va in questo senso.
Mentre osservo i tagli alla spesa delle aziende e la pubblicità è diminuita in modo vertiginoso sia in quantità che in valore, mi domando :
Quanto dovremo aspettare perché si prenda atto della necessità di auto-produrre sementi senza rischiare multe o illeciti puniti anche con l’arresto?
Potremo tagliarne i costi di acquisto?
Occorre iniziare da ora e subito a insegnare la cultura della riproduzione delle sementi, formare gli agricoltori con corsi specifici, fare “rete” con i sistemi di Aiuto-aiuto, collaborare con i Gas, e ogni specie anche se non redditizia deve essere “condivisa”.
Se non ci sentiamo garantiti in sede comunitaria dobbiamo partire senza esitazione promuovendo una petizione avaaz su change,org in modo che le leggi debbano tutelare i cittadini comunitari e non alle solite lobbies.
In rete ci sono sicuramente persone disposte a mettersi in gioco per produrre proposte / emendamenti alla legge, altrimenti non ci rimane che accettare le decisioni prese.
Lanciamo la pietra nello stagno e vediamo quante onde provoca, non sarà certo un’alluvione, ma un po’ d’acqua la smuove di sicuro. Io un sassolino l’ho lanciato !
Buon lavoro !

SEMI E LIBERTA'

 

TERRE INCOLTE

TERRE INCOLTE

La nuova S.S. 429 da Ponte a Elsa a Poggibonsi passerà da Castelfiorentino toccando lo splendido paesaggio della Valdelsa.
Il percorso è molto bello, con suggestivi scorci nelle campagne. Se si va a vedere bene però molti terreni sono incolti, e le ragioni sono svariate, non sono un esperto del settore, ma le cause oltre alla parcellizzazione, improduttività, ma anche al fatto che vengono erogati contributi per tenere il suolo incolto.
Di recente l’amministrazione comunale ha fatto una proposta per i terreni di loro proprietà

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E’ una buona cosa, è sentita l’esigenza di lavorare i terreni anche solo per toglierli dall’inattività, certo l’amministrazione non ha margini di potere sulle terre incolte dei privati.

La domanda sorge spontanea :
quali soggetti possono promuovere la riattivazione di lavori nelle terre incolte pubbliche e private ?

Ci sono esempi in rete , ne ho trovati alcuni interessanti in Liguria parco delle cinque terre
http://www.bioeccellenze.org/index.php?option=com_content&view=category&id=35%3Acinque-terre&layout=blog&routeUsed=yes&Itemid=9

Dovremmo dare impulso e ritorno allo sviluppo dell’agricoltura e allevamento a livello locale , inizialmente assistito , assegnando appezzamenti di territorio destinato all’uso agricolo di prodotti naturali , basso utilizzo di pesticidi chimici , favorendo la cooperazione tra cittadini espulsi dal mondo del lavoro indigenti . Favorire l ‘utilizzo delle delle fonti rinnovabili e le tecnologie disponibili per produrre energia a basso impatto ambientale

Vorrei analizzare il fenomeno dell’abbandono dei terreni con una visione più ampia :

– il terreno abbandonato oltre a non dare frutti alla popolazione (l’unico che percepisce denaro è il proprietario e i soldi gli arrivano dalle nostre tasse)
– il terreno sodo non fa penetrare l’acqua, quando piove l’acqua corre più veloce sui terreni, si verificano con facilità smottamenti e frane, e nella nostra zona abbiamo le inondazioni tra i ricordi più brutti

ho trovato questo documento che lo conferma :

E’ tutto pazzesco! Danno i soldi per mantenere i terreni incolti
giovedì 12 novembre 2009 di Marco Mandelli
Oggi alle ore 12,35 RAI Radio Uno mandava in onda la trasmissione “La radio ne parla”. Gli argomenti erano: terre abbandonate, la redditività in agricoltura, nuove modalità di gestire il territorio.
Un’ascoltatrice, coltivatrice diretta, lamentava l’abbandono di molti appezzamenti agricoli, complice la PAC, la politica agricola comunitaria dell’Unione Europea, che PAGA I PROPRIETARI PER TENERE INCOLTI I PROPRI TERRENI (“purché mantenuti in buone condizioni agronomiche” recita la normativa).
La cosa, nota da tempo, inquadrata in un’ottica più ampia, quella della gestione e del dissesto idrogeologico del territorio, assume dei connotati inquietanti.
Quei grandi geni dei legislatori comunitari (dell’Unione Europea) cosa stabilirono anni fa? Per mantenere alti i prezzi dei prodotti agricoli, soprattutto quelli di Francia e Germania, hanno definito norme che hanno reso il mercato europeo chiuso e protezionistico, dando sussidi e contributi da una parte, e contingentando le produzioni dall’altra (vedasi quote latte).

Tra le varie fesserie approvate, ecco spuntare qualche anno fa i contributi per dismettere alcune coltivazioni, fino ad arrivare ai soldi per tenere i terreni “a riposo”.
In un mondo dove UN MILIARDO DI PERSONE CREPA DI FAME, IN EUROPA TENIAMO I TERRENI “A RIPOSO”! Aiuto, la razza umana è impazzita, voglio andare su un altro pianeta!
Perché non viene coltivata la terra?
Da una parte c’è la concorrenza internazionale (ad esempio l’olio nordafricano costa meno del nostro), dall’altra i prezzi dei prodotti agricoli non li decidono i contadini ma la GRANDE DISTRIBUZIONE. Se un prodotto sullo scaffale del supermercato arriva a costare due Euro, al coltivatore viene pagato solo venti centesimi. A parte le speculazioni che si creano strada facendo, all’agricoltore non conviene più coltivare.
Dai oggi e dai domani, con quest’andazzo incrementano LE TERRE INCOLTE. Terre incolte = degrado e dissesto.
Si, perché l’agricoltore E’ IL GUARDIANO DEL TERRITORIO. Se l’agricoltore non pratica più la coltivazione di cereali, frutta ed ortaggi e la silvicoltura (la gestione dei boschi) gli strati superficiali dei terreni non sono più ancorati a quelli sottostanti e, se situati in pendìo, vengono giù alle prime piogge torrenziali, generando morte e distruzione. Oppure, all’estremo opposto, si favorisce la desertificazione, anch’essa legata, come le forti piogge, ai cambiamenti climatici in corso.

E’ inutile lamentarsi. Assisteremo sempre più a tragedie come quella del messinese o all’inaridimento di intere regioni. Sono disastri creati dagli esseri umani.
Da qualche tempo c’è poi il business dei “campi fotovoltaici”. Grazie ai generosi contributi statali, è in atto l’accaparramento (anche da parte della criminalità organizzata, che è presente ovunque ci siano lucrosi affari) di vasti terreni dove installare grandi impianti per la produzione di energia elettrica di origine fotovoltaica. L’energia solare di tipo fotovoltaico deve prima di tutto rivolgersi alle coperture già esistenti (tetti delle abitazioni civili, delle fabbriche, delle strutture commerciali) e solo in ultima istanza andare ad occupare la nuda terra, che deve essere lasciata libera per essere coltivata.
La terra rende poco? Cerchiamo coltivazioni più redditizie, anche a scopo energetico, come si sta già facendo da tempo con la SHORT ROTATION FORESTRY (coltivazioni boschive a ciclo breve) o con la coltivazione dei semi oleaginosi per il biodiesel (ad esempio la colza).

NON ABBANDONIAMO LA TERRA! L’Italia deve mantenere una sua agricoltura: Se dovesse scoppiare una crisi internazionale o peggio ancora una guerra, con conseguente blocco o rallentamento dei commerci, che cosa ci mangeremo? Aria fritta e sassi, che ahinoi, non sono molto nutrienti.
Dobbiamo incentivare il ritorno alla terra che, per fortuna, sta già in parte avvenendo. Molti “cittadini” decidono di ritornare a madre natura e avviano attività agricole innovative (agricoltura biologica, fattorie didattiche, agriturismi). Molti giovani cercano la loro realizzazione nella terra.
Non è più come una volta, laddove il contadino era considerato alla stregua di un “sottosviluppato”. Oggi l’agricoltore ha una nuova dignità, derivante anche dal fatto di lavorare in un settore fondamentale, non a caso classificato come “primario” .
Oltretutto, grazie alle tipicità come DOC, DOP, IGP ecc. , l’agricoltore contribuisce alla immagine dell’Italia: l’enogastronomia e l’enoturismo sono voci importanti della nostra bilancia dei pagamenti internazionali e della CULTURA del nostro Paese.
L’argomento è sterminato. L’importante è capire che dobbiamo DIFENDERE E VALORIZZARE LA TERRA. Ne va del nostro futuro.

La diminuzione del personale addetto al settore “primario” (agricoltura) è cominciata a ridursi oltre 60 anni fa in Italia, ma da quest’anno … :

http://www.greenreport.it/news/agricoltura/crisi-agricoltura-in-controtendenza-in-italia-nel-primo-trimestre-2013-segnali-di-ripresa/

Per accelerare questa tendenza si potrebbero ridurre i contributi ai terreni incolti, se non si può, anche tassarli con un’aliquota che so del 10% o anche maggiore, (l’ente tassatore l’amministrazione comunale, previa verifica del terreno incolto) questo denaro permetterebbe alla stessa amministrazione di reinvestirla sempre nell’ambiente con gare di appalto simili a quella citata all’inizio.