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LA DITTA

LA DITTA

Un giorno Andrea, il figlio di un mio amico, spinto da una irrefrenabile voglia di fare qualcosa in questo mondo strano, non vedeva alcun spiraglio per il futuro, si decide a chiedere consigli al nonno paterno.
Il nonno di Andrea gli si para davanti un peo e uno sputo in terra, la pipa in bocca come un prolungamento del corpo ormai sputava anche con la pipa in bocca, troppo fastidio toglierla tutte le volte. Morta la moglie a 93 anni invece di smettere aveva continuato a fumare, tanto ormai diceva lui :
– Se dovevo morire a quest’ora ero già morto e una fumatina in più non sarà quella che ammazza ! –
Andrea non si era rivolto al padre, lo avrebbe fatto dopo. Il mio amico Ettore è una brava persona, non me se ne era dispiaciuto, in fondo la saggezza va ricercata nelle persone più anziane e quindi in nonno era perfetto.
Nonno Giangio non sempre elargiva consigli, sprizzava saggezza da ogni poro, e ne aveva tanti, la pelle raggrinzita aveva una superficie maggiore di quando era giovane, considerando le pieghe, ma non minore era l’elasticità mentale e l’acutezza.
Quindi Andrea espose con molta semplicità l’idea :
– Oh Nonno ! Sai voglio fondare una società, con degli amici avvieremo una produzione di accessori per bici sportive, tutta roba in titanio. Che ne pensi ? –
La domanda sembrò al vecchio come una fucilata, il nipote a cui teneva molto, non era l’unico, ma il più grande e il nonno lo reputava un giovane capace e responsabile.
La risposta non venne subito ci vollero un paio di pei fatti bene.
– Ma quanti siete ? Lo sai, le società stanno bene in dispari e tre son troppi ! –
– Siamo almeno quattro.-
e il nonno :
– Senti ti posso rammentare solo un caso che mi ricordi dove una ditta di due persone è andata bene
un artigiano e suo fratello dove uno sapeva lavorare e l’altro non ci capiva nulla però sapeva riscuotere, è andata bene fino a che uno è morto e allora la ditta ha chiuso perché anche solo saper lavorare non basta più, ci vuole cervello per gestirla. Voi siete in quattro, ma figurati ! Meno , meno !! –
– Ma nonno !! L’idea sembra buona e poi faremo prodotti di alta qualità, indistruttibili! –
– Ma se non si rompono come fa la gente a ricomprarli ? –
La logica del nonno era schiacciante.
Ad Andrea tutto sembrava facile, un vero e proprio sognatore.
Poi non si confrontava con le questioni reali…ed eccoci al nocciolo …
Chiede il nonno :
– ma i soldi chi ve li dà ? –
– mm.. sembra ci siano dei finanziamenti per l’impresa giovane e qualche migliaio di euro si raccattano –
– Ascolta! I soldi te li do io, se poi te li danno quelli di “impresa giovane” meglio, ma quelli di “impresa vecchia” prendili, ti faranno comodo comunque.
– Quando cominciate ? –
– Martedì ! –
Il nonno scosse la testa,
– Ormai aspetta Mercoledì, “né per Vene né per Marte si dà avvio all’arte”! –
Per il nonno quando si parlava di “lavoro” il significato era qualcosa di veramente duro, non un ruzzino che si fa tanto per passare il tempo, aveva cercato di trasmettere più volte il senso di questa parola alla famiglia, certe volte anche scherzando.
I giovani hanno padiglioni auricolari da super-eroi, le dotazione di serie sono dei filtri nei quali passa solo quello che fa comodo, il resto rimane invischiato tra cerume e ricrescita della pelle.
Il nonno aveva raccontato spesso al nipote di quando in casa non c’era proprio nulla , ma nulla da mangiare e anche le briciole di pane sulla tavola erano una risorsa, ogni piccola briciola rappresentava una parte di un possibile boccone, niente andava buttato, era un insulto alla vita, alla famiglia, proprio una cosa proibita e se venivano le formiche se ne andavano via piangendo, perché non c’era niente per loro. Glielo aveva detto spesso ad Andrea –
– Te non c’eri quando io vedevo piangere le formiche ! –
Andrea anche piccolino sapeva che le formiche non piangono, mai lontanamente si sarebbe immaginato un assurdità del genere. Tutte le volte si scompisciava dal ridere.
Sapeva benissimo che suo nonno aveva sofferto molto, visto la carestia, ma lui cresciuto negli agi della società moderna, non percepiva quanto fossero state gravi quelle situazioni, non avendole vissute.
Così una parte del gruzzolo del nonno se ne stava andando nelle mani del ragazzone iperattivo, dopo gli studi classici e un po’ di università aveva preferito interrompere gli studi, sentiva che gli avevano già dato molto, una mentalità aperta, una buona capacità critica, voglia di fare qualcosa di proprio.
Non era l’ingegno che gli mancava, fin da piccolo era sempre stato portato alle cose tecniche, ma le aveva sempre relegate nell’area passatempi e hobby, ora invece stavano diventando lavoro, ed era un altra cosa.
– Ah ricordati che codesti soldi sono come i fiammiferi !-
– Che vuol dire ? – risponde Andrea incuriosito
– Hai visto i fiammiferi tu li strusci e si incendiano ? E codesti soldi è uguale, se non li bagni con il sudore invece di aumentare tu li finisci subito !!-
Che nonno ! Ce l’avessero tutti !

LA DITTA

 

 

 

 

 

questo racconto è stato pubblicato nel libro  Oichebelcastello racconti

di Roberto Francalanci

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IL CANNONE

IL CANNONE

Pasquale aveva lasciato le terre di Calabria prima degli studi universitari, il periodo fra le due guerre dava buone possibilità a coloro che proseguivano negli studi. Con la laurea in medicina il posto di dottore era assicurato, c’era solo da scegliere il paese dove andare a vivere.
Il nostro paese non aveva medici e ne bastava uno, meglio che nulla… per Pasquale tanto doveva lasciare il suo paese comunque, non gli importava quale fosse la destinazione, e ne scelse tra molti comuni senza medico uno della regione Toscana.
Il nostro paesino accolse bene il giovane medico, anche se quando non si ha da scegliere si deve accettare “quel che passa il convento” e certe volte non piace. (un modo di dire che un frate nel convento non può andare fuori ad es. al ristorante, ma deve mangiare lì, e quello è il menù).
I paesani erano contenti del giovane medico, sempre disponibile, stava allo scherzo, e passava le serate a giocare a carte al bar del paese.
Si dovette dotare di calesse e cavallo per andare a visitare i pazienti della campagna, non si era portato molto dal sud, qualche valigia e basta, i libri glieli consegnarono qualche tempo dopo.
Pur essendo un paese con poco più di diecimila abitanti, la maggioranza erano i residenti in campagna rispetto al centro del paese. Ma questa era un vera fortuna per lui.
I contadini avevano un grande rispetto per il medico, quando lo incontravano, la prima cosa si toglievano il cappello, era un gesto di umiltà, manifestava il riconoscimento della cultura da lui rappresentata, ma anche che i suoi saperi potevano avere influenza positiva sulla salute dei familiari. In campagna comunque non ci andava spesso, i malanni quando arrivavano colpivano duro, ma i contadini erano persone abituate alla sofferenza, sacrificio e quando chiamavano il dottore la cosa era veramente grave.
Tra i comportamenti lodevoli da ricordare c’era quello di riconoscere i propri limiti e di affidare alle cure dell’ospedale il paziente grave.
Una certa “arroganza di potere” di medico, cioè quella di voler gestire fino in fondo una malattia grave spesso finiva con brutti epiloghi, e lui sapeva dire basta al momento giusto.
Molti quando il malanno era leggero avevano in casa il necessario, tanto lui aveva una teoria purtroppo diffusa anche tra le file di certe squadre, infatti sosteneva che gran parte delle malattie erano di origine intestinale, quindi per prima cosa si doveva “vuotare il cannone ! “ e tanti concittadini lo facevano in piena autonomia pur di ottenere che il malato si ristabilisse e senza nemmeno chiamare il medico.
Queste sono le nostre radici, una sanità dell’essenziale.
Con l’avvento del boom, per la risoluzione di ogni problema veniva ricercata la soluzione “sicura”.
Si è diffuso un sistema di cure del malato con tipologia “allopatica” dal greco “allos” = “contro” cioè la medicina ufficiale riconosciuta, non ce n’erano altre, combatteva solo e soltanto la “malattia”.
Questo approccio ha soffocato tutte le altre metodologie, ivi compresa quella del “vuota-cannone” che suscitava tra l’altro brutti ricordi, e siamo andati avanti in questo modo fino a riconoscere alla medicina ufficiale un potere fin troppo grande e cioè quello di essere il solo deputato a guarire i cittadini.
Altre terapie “non convenzionali” si sono affiancate a quella ufficiale , ad es. nel 1993 negli Stati Uniti (dove lo sviluppo della medicina ufficiale ha avuto una crescita simile alla nostra) un terzo degli abitanti si curava con altri trattamenti. Non dimentichiamoci che gli americani di una decina di anni fa (vedi film documentario “Sicky” di M. Moore) per non chiamare il dottore consumavano tonnellate di aspirina (una sorta di vuota-cannone americano), ora con la legge di Obama sulla sanità forse se la passano un po’ meglio.
Anche in Italia si sono diffuse terapie alternative, non hanno l’ardore di sostituirsi a quella ufficiale, ma si presentano con un approccio diverso. L’origine è olismo, (deriv. del gr. ólos ‘tutto, intero’) teoria biologica secondo la quale l’organismo deve essere studiato in quanto totalità organizzata e non in quanto semplice somma di parti.
Per farla breve si potrebbe fare una paragone con l’erba del prato.
Immaginiamo l’erba come una malattia e la si volesse togliere, allora la medicina allopatica agisce sull’erba, più la si taglia più questa si rinforza, la malattia secondo gli olistici è spesso generata dalla persona, e sostengono che l’azione deve essere spostata sul corpo o “terreno” e fare in modo che l’erba non ricresca più.
Tranquilli! Non vendo diserbanti !
Volevo solo elencare una serie di terapie “olistiche” che in caso di malattia ottengono lo stesso risultato della somministrazione della medicina “allopatica” e cioè il tradizionale antibiotico o antinfiammatorio che abbiamo sempre pronto in casa, anche se con risultati meno immediati.
La salute è una cosa seria e conosco certe persone che ripongono nel proprio medico una fiducia cieca, e diceva Jolly Dorelli nella pubblicità del formaggio :
– “la fiducia è una cosa seria ! -.
So benissimo che non è facile parlare di tecniche non conosciute, la prima reazione è senza dubbio la sfiducia, ma è proprio perché non si conoscono se si reagisce così.
La medicina tradizionale o scientifica non ha fatto altro che frammentare e suddividere l’essere umano in una miriade di componenti, per ciascuna delle quali ha ideato una specializzazione a senso unico. L’uomo moderno non trova però grandi consensi in questo. Ne scaturisce invece un bisogno di unitarietà, di totalità, di olismo appunto.
L’unitarietà è comunque un’arma a doppio taglio. Più che una medicina alternativa, vi sono tante medicine alternative, alcune delle quali contrapposte e incompatibili tra loro, unite nella definizione solo per la comune contrapposizione e spesso ostilità alla medicina scientifica.
Nella nostra ricerca tutta italiana del semplice, facile, e sicuro, siamo troppo spesso andati a rifugiarci nella terapia tradizionale, attualmente sono circa 11 milioni gli italiani che ricorrono più o meno frequentemente a rimedi non tradizionali.
Conoscere qualcosa di olistica non vuol dire disconoscere il ruolo importantissimo della medicina, delle sue scoperte in ambito della chirurgia, ortopedia, e non ultime le tecniche non invasive di diagnostica.
Dovremmo sapere che c’è qualcos’altro, viene definita medicina alternativa, in quanto non riconosciuta, una ventina di anni fa quando cominciai ad usare i rimedi omeopatici, li chiamavano “rimedi”, non “farmaci” e pertanto non si potevano nemmeno scaricare nelle spese mediche detraibili. Più tardi il riconoscimento è arrivato, ma ancora non c’è molta diffusione.
Ecco quindi un elenco : l’agopuntura (esiste da oltre 2000 anni !), l’erboristeria (praticata da millenni) l’osteopatia, l’omeopatia (dal greco omeos=uguale ; cura con il suo simile), naturopatia, chiropratica, ayurveda, yoga, ipnosi, medicina tradizionale cinese, pranoterapia, cromoterapia, shiatzu, omotossicologia, aromaterapia, Qi Gong tibetano, ipnosi, Pilates, Gyrotronic, dieta nutraceutica, Reiki, riflessologia plantare, moxibustione, biorisonanza, cristalloterapia e altre che non ricordo.
In Europa ci sono oltre 100 milioni di persone che si curano con queste tecniche e gli addetti al settore lamentano però mancanza di finanziamenti e cooperazione scientifica.
I cittadini della Comunità Europea solo in certi casi di “eccellenza” hanno a disposizione centri di cura specifici “non ufficiali” ad. es. in Francia esistono ospedali “omeopatici” , qui da noi abbiamo l’Agenzia Sanitaria e Sociale Regionale della Regione Emilia-Romagna e il Comitato Permanente di Consenso e Coordinamento per le Medicine Non Convenzionali in Italia.
Le terapie non ufficiali non sono più facili o semplici, tutt’altro, spesso proprio perché hanno l’ardore di esaminare il paziente nel suo insieme necessitano di anamnesi e visite in genere molto lunghe proprio perché il medico non convenzionale deve conoscere ogni particolare della vita del paziente.
Prevenire è meglio che curare, un giro dai non convenzionali conviene sempre farlo in salute.
Se poi ci ricapita qualche malattia, possiamo ricordarci di Pasquale e vuotare il “cannone”, oppure chiamare il nostro medico, ma anche imboccare una di queste strade (non facili) che ci condurranno ad una conoscenza del proprio corpo, e anche una maggiore consapevolezza di noi stessi.

 

IL CANNONE

 

questo racconto è stato pubblicato nel libro  Oichebelcastello racconti

di Roberto Francalanci

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LA SCHIACCIATA

LA SCHIACCIATA

Bebelle era un omone alto, sdentato, un cappello con la tesa che lo faceva più vecchio. Nell’inverno sopra al cappotto per darsi aria da bottegaio si muniva di un grembiule bianco sporco. I guanti di lana lasciavano scoperte le dita e non ho mai saputo se era il modello o le aveva tagliate lui per poter maneggiare le monetine da cinque e dieci lire.

I soldi giravano più di ora, tutti i bambini avevano cinquanta lire per una schiacciata e quelle di Bebelle anche se ne costavano trenta spesso rimanevano invendute.

Bebelle prima passava al forno a ritirare le schiacciate e poi apriva lo sgabellino di legno alle sette e trenta di ogni mattina davanti alla scuola elementare.

Non c’era una gamma di prodotti come nelle odierne pasticcerie, ci contentavamo dell’essenziale.

Non ero un cliente assiduo, spesso compravo la schiacciata da Rina (la concorrenza).

Il banco di Rina aveva le ruote di un motorino ed era lungo oltre quattro metri di squisitezze, non solo le schiacciate ed erano diverse, più piccole ma costavano cinquanta lire.

Ancora oggi mi chiedo come fosse stata possibile una differenza di prezzo così alta, anche se la qualità non era la stessa e noi bambini tra la schiacciata alta, soffice, dorata, calda di Rina e quella di Bebelle bianca, rinseccolita e sfida alla sopravvivenza dei denti e gengive, dopo un assaggio avevamo già le idee chiare.

Bebelle non era un commerciante, ma solo un pensionato, e per tirare a campare vendeva qualche schiacciata ai ragazzi, niente di illegale, l’italiano che si arrangiava.

Ripenso a Bebelle e alle sue durissime schiacciate mentre leggo un dotto libro sui mangiari di strada, una precisa elencazione e celebrazione degli incontri in piazza come luogo di socialità, di consumo, di intrattenimento.

C’erano mestieranti di ogni tipo : calderai, ramai, spazzacamini, impagliasedie, aggiustascarpe,
e per le cibarie ortolani, fruttaroli, lattaioli, pollaioli, formaggiai, oltre agli specializzati in un solo alimento come le fregole, merluzzo, gamberi d’acqua dolce, ghiaccio, uova, cipolle, agli, semi di zucca, frittole, castagne arrosto, cicoria, limoni, more, mele cotte, porchetta, rosmarino, trippa, fegato, ciambelle, rane, lumache, pannocchie, lupini, angurie, sorbetti, gelati, franfellicche, zaletti, brigidini, mostaccioli, zucchero filato.

Il cibo veniva anche cucinato per strada e consumato sul posto, mestieri individuali, specializzati, si trattava di venditori mobili o itineranti, ognuno con i suoi gridi (mi viene a mente la Vucciria a Palermo, là qualcosa c’è rimasto).

Restrizioni sanitarie, fiscali, oltre a legislazioni a favore dei commercianti fissi, richieste di maggior igiene da parte dei cittadini, in molti paesi hanno fatto quasi sparire questa abitudine italiana di antiche origini.

Nel mio paese viene ancora il trippaio, è anziano, chissà quanto potrà continuare a portarci le sue prelibatezze, auspico un ritorno anche limitato alla diffusione di queste semplici attività, e magari mangiare cibi sani cotti sulla piazza farebbe divertire gli adolescenti tecnologici anche se potrà far calare ulteriormente le vendite dei venditori tradizionali.

La vera piazza è diventata quella virtuale di fb, blog e altro dove si celebrano gli stati d’animo, sogni, aspirazioni, arrabbiature politiche, sindacali
e infine mi arrendo ed eccomi qua che pubblico, segnalo, insomma me ne sto al gioco che la tecnologia ci offre.

 

LA SCHIACCIATA

 

questo racconto è stato pubblicato nel libro  Oichebelcastello racconti

di Roberto Francalanci

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PRIORITÀ E CURA

PRIORITÀ E CURA

Ida era una bambina magrolina, ma alta per avere 8 anni. Nel 1908 in campagna i contadini molto raramente riuscivano a diventare paffuti. Anche poter frequentare le scuole elementari non era concesso a tutti, e Ida dovette smettere in terza elementare.

Alla sua età aveva già tre fratelli e due sorelle, tutti più piccoli ; i suoi genitori appena ricevuto giudizio concorde del capofamiglia, decisero che da quel momento in poi doveva pensare alla casa e a fratelli e sorelle. Sua madre e le zie le avrebbero insegnato a cucinare ed accudire i più piccoli, in questo modo la madre, più libera dai lavori domestici avrebbe potuto aiutare il marito nei lavori in campagna.

La vita in campagna era molto dura, la sveglia sempre di notte, e all’alba tutti a lavorare nei campi, nelle stagioni più calde fino al tramonto.

Tra i compiti di Ida c’era quello di preparare il pranzo domenicale. La famiglia allargata era numerosa, loro erano otto, poi c’erano i nonni, gli zii, i cugini e alla fine erano diciotto.

Tutti nella grande casa di campagna dove al piano terra c’erano le bestie (necessarie per arare i campi e procuravano un leggero tepore a tutta la casa) ai piani superiori le stanze da letto e la cucina i bagni erano fuori vicino alla porcilaia.

Il pranzo della Domenica era l’unica volta che la famiglia si riuniva e tutti, o quasi potevano mangiare un po’ di carne. Ida preparava i pezzi di un coniglio e la bestiola doveva bastare a tutti.

C’erano delle priorità, prima dovevano alimentarsi gli uomini, poi le donne, infine i bambini.

Agli uomini spettava il lavoro più duro, quello di stare tutto il giorno nei campi, la famiglia doveva provvedere al proprio sostentamento con il lavoro nei campi per mantenere il rapporto di mezzadria con il padrone della terra.

La famiglia non si poteva permettere di perdere questo rapporto ; avrebbero perso la casa , il lavoro e quindi .. tutto !

Mi viene da pensare a Ida e le priorità di quel tempo molto lontano, le confronto con quelle di oggi, mi accorgo che è tutto così diverso.

Nelle classifiche primeggiano astrusi nomi di merendine, sconosciuti giochi dell’ultima playstation, un noto produttore di smartphone, un suv con una linea accattivante, pantaloni di un noto produttore, scarpe con tanto di griffe e a seguire…tanti altri “bisogni indotti”.

Non ultima la notizia che si vorrebbe predisporre uno spazio apposito nel comune per far giocare i cani in sicurezza.

Non ho niente contro i cani, anzi, a parte uno che tentò di mordermi quando avevo dieci anni, non ne posseggo, ma se ne avessi uno penso farei di tutto per averne cura, come merita una bestia, ma non vorrei eccedere troppo. Quando si cerca di migliorare l’ambiente che abbiamo intorno a noi, si può intervenire in tanti modi, a condizione di non perdere di vista le nostre priorità e quelle dell’ambiente intorno a noi.

RIFIUTI E CIVILTÀ

RIFIUTI E CIVILTA'

 

RIFIUTI E CIVILTÀ

Vi ricordate il bambino di “ET incontri ravvicinati di terzo tipo” ?
L’ americanino vitaminizzato di tre anni incontra un simpatico extraterrestre, forse anche il piccolo attore non sapendolo ha rappresentato un nostro modello di alimentazione, vita e altro.
Mentre gli Stati Uniti ci mostravano dei possibili extraterrestri amichevoli, nel contempo esibivano il loro modello di sviluppo, e non solo con il film si diffondeva nell’intero globo terrestre.
I nostri bambini treenni che sventolavano contenti il vasino affermando di avere fatto tanta c…a sono diventati bambini coscienti che i loro rifiuti erano proporzionali alla quantità dei cibi che ingerivano e più mangiavano più ne avrebbero prodotti!
Gli americani ogni volta davano prova che il loro modello era vincente, e mentre noi avevamo incrementato le quantità di cibo ingerito, eravamo pronti per il grande balzo, anche noi avremmo iniziato a confezionare prodotti piccolini in scatoloni giganti, per far credere agli ottusi consumatori che dentro la scatolona c’è il prodottone, e così via, tutto allo scopo di generare quel mega processo che puntava a produrre rifiuti in una quantità paragonabile a quella degli americani.
L’unica differenza è che loro sono sempre stati pochi in rapporto ad una estensione enorme, per cui se da qualche parte c’era puzzo per una qualche discarica, non brontolava nessuno.

Mi sono capitati molto tempo fa dei libri che cercavano di analizzare il perché gli americani e in particolare ogni persona che rappresentava “potere” (quindi industriali, manager, dirigenti etc) buttasse via così tanta roba ; una delle ragioni che stava alla base era quella che più si butta via e più si dimostra di avere, e così tutti dovevano entrare nel circolo vizioso, dove per avere occorre sacrificio, lavorare duro, guadagnare per poter permettersi di avere e quindi poi di poter gettare.
Al tempo della società dell’avere sembra pian piano delinearsi una società dell’essere, dove piccoli gesti quotidiani ci fanno tornare persone coscienti di vivere in un pianeta con dei limiti ben precisi, dove le risorse sono esauribili e se la moglie di Obama coltiva l’orto e gli americani ora hanno un modello diverso di riferimento rispetto ai molti presidenti degli Stati Uniti (più o meno guerrafondai e bel lungi da comunicare messaggi inclini alla sobrietà)
La quantità dei rifiuti prodotti possono essere una delle chiavi di lettura della civiltà di un popolo?
Affermare che sono inversamente proporzionali alla crescita di civiltà è corretto ?
Prima degli americani c’erano gli indiani d’america meglio noti come “pellerossa”. Totale rispetto della natura, uccidevano i bisonti quanto basta e ne utilizzano anche la più piccola parte.
Arriva “l’uomo bianco civile” e neanche cent’anni dopo i bisonti diventano quasi un animale in estinzione, i cacciatori ne utilizzavano la pelle, lingua e poco più, poi tutte carcasse al sole a marcire.
Non importa andare tanto lontano, anche i contadini che io stesso ricordo, avevano la porcilaia, tutti i resti di cibo buttati insieme al letame, tutto veniva riutilizzato e del maiale non si buttava via nulla, persino confezionavano dei pennelli con il pelo.
Altri tempi.
Almeno se abbiamo avuto qualche periodo felice cerchiamo di ricordarlo, specie se fa stare bene !
Ma, ora ?
Abbiamo gestito male il ciclo dei rifiuti in passato, un esempio che voglio citare per intero è un estratto dal libro Ecoballe di Paolo Rabitti, perito della Procura di Napoli nei procedimenti giudiziari sui rifiuti campani, permette di fare il punto sulle responsabilità di un disastro unico al mondo.
“Sulla vicenda sono in corso due processi a cui è demandato l’accertamento delle responsabilità penali degli imputati; ma sul meccanismo che ha portato a sommergere la Campania sotto cumuli di rifiuti non ci possono più essere dubbi. Questo meccanismo è la sistematica violazione dell’ordinanza con cui, fin dal marzo del 1998, l’allora Ministro degli interni Giorgio Napolitano aveva delineato i termini con cui avrebbe dovuto essere affrontata la crisi dei rifiuti nella regione.
Quell’ordinanza prescriveva il raggiungimento del 35% di raccolta differenziata; l’affidamento per 10 anni della gestione di tutti i rifiuti urbani prodotti in Campania a valle della raccolta differenziata; la realizzazione entro l’anno degli impianti di selezione e trattamento delle frazioni secca e umida del rifiuto indifferenziato e, entro il 2000, di due inceneritori predisposti per il trattamento del solo Cdr (la frazione secca del rifiuto indifferenziato, trattata perché raggiunga un tot potere calorifico). Per evitare indebiti accumuli di Cdr fino alla realizzazione degli inceneritori, lo stesso doveva essere bruciato in altri impianti, anche fuori regione; e per non pregiudicare la raccolta differenziata, il Cdr non doveva eccedere la metà dei rifiuti complessivamente prodotti in Campania. L’elettricità prodotta dagli inceneritori avrebbe goduto, per un periodo di 8 anni, degli incentivi Cip6 cioè di un prezzo di cessione dell’elettricità generata con i rifiuti 4 volte superiore al costo di produzione di un ordinario impianto termoelettrico. Il decreto Napolitano era in perfetta linea con le esperienze all’epoca più avanzate di gestione dei rifiuti urbani e ne riproduceva le fasi e le caratteristiche principali.
La prima violazione del decreto avviene con il bando di gara indetto dal Commissario straordinario ai rifiuti, l’allora Presidente della giunta regionale di centrodestra, Rastrelli. Il bando viene dimensionato per il trattamento di tutti i rifiuti prodotti dalla regione e non solo della parte che residua dalla raccolta differenziata; le prescrizioni del capitolato d’oneri riguardano solo l’inceneritore, senza alcun riguardo per gli impianti di selezione e trattamento a monte dell’incenerimento; non una parola viene fatta sugli impianti di compostaggio (processo che trasforma la frazione organica in un ammendante per i suoli agricoli), senza i quali la raccolta differenziata dei rifiuti urbani non ha senso. Una scelta a favore del «tutto fuoco» che rispecchia l’orientamento della giunta regionale dell’epoca, ma che viene poi confermata dalle successive giunte Bassolino di centrosinistra. Per di più si affida all’impresa vincente il compito, pubblico, di scegliere i siti dove costruire gli impianti.
La seconda violazione è con l’aggiudicazione del servizio. Viene scelto il progetto del raggruppamento Fisia-Impregilo, che la commissione tecnica giudica il peggiore tra quelli presentati (era obsoleto già 10 anni fa); inoltre in esso si prospetta la produzione di compost senza fare la raccolta differenziata della frazione organica, ma ricavandolo dal rifiuto indifferenziato, e in quantità superiori alle capacità di trattamento degli impianti: è evidente che non si intende né produrre compost, per il quale ci vuole la raccolta differenziata, né stabilizzare – cioè rendere inoffensiva – la frazione «umida» del rifiuto indifferenziato; ma solo chiamare compost tutto ciò che viene scartato nella preparazione del rifiuto combustibile per l’inceneritore. Non basta, l’impresa proponente subordina la validità della sua offerta all’accettazione da parte della stazione appaltante di una nota del tutto illegale dell’Abi che «mette al bando» la raccolta differenziata di plastica e carta – gli unici materiali combustibili che possono alimentare un inceneritore – attraverso la formula deliver or pay: i comuni devono pagare a chi gestisce gli impianti la stessa tariffa sia che facciano la raccolta differenziata o no. Lo scopo è quello di massimizzare gli incassi da produzione di energia elettrica: più rifiuti ci sono, più si guadagna. Molti economisti sostengono che gli incentivi per le fonti rinnovabili alterano i meccanismi di mercato. E’ vero, ma promuovono il futuro: cioè l’unica alternativa energetica in un’era post-fossile. Gli incentivi per l’incenerimento finanziano il passato: la dissipazione, con rendimenti insignificanti, di tutta l’energia utilizzata e contenuta nei materiali distrutti; uno spreco concepibile con un’offerta di combustibili fossili illimitata e senza l’assillo dell’effetto serra: un’epoca ormai alle nostre spalle.
La terza violazione del decreto Napolitano si verifica cancellando dolosamente dal contratto le clausole che obbligano l’appaltatore a bruciare i rifiuti combustibili in altri impianti fino al completamento dell’inceneritore e quelle che limitano il materiale da bruciare alla metà dei rifiuti prodotti in regione. Quelle clausole obbligherebbero l’appaltatore a pagare il servizio a altri operatori, perdendo gli incentivi Cip6. Meglio allora impacchettare quel tesoro in migliaia di «ecoballe», in attesa di poterle bruciare nel proprio forno. Se poi la realizzazione dell’inceneritore tarda e le ecoballe diventano milioni, che importa? Valgono tant’oro quanto pesano, tanto è vero che le banche (ecco che torna in campo l’Abi) le accetteranno a garanzia dei prestiti concessi, come fossero tanti barili di petrolio (quelle accumulate l’anno scorso valevano già un miliardo e mezzo di euro).
Se poi questi stoccaggi illeciti – dopo un anno gli stoccaggi cessano di essere depositi temporanei, autorizzati dalla legge, e diventano discariche, per le quali sono necessari presidi ambientali mai realizzati – costano troppo, si mette a carico del Commissario, cioè di tutta la nazione, la differenza tra il prezzo pagato alla camorra, proprietaria delle aree di stoccaggio, e quello che l’appaltatore aveva indicato nella sua offerta al ribasso. E’ la quarta violazione del decreto: una porta spalancata alla camorra che affitta camion per portare le ecoballe in giro per tutta la regione e i terreni dove accumularle.
Quinta violazione: per produrre più ecoballe si fanno lavorare i Cdr al di sopra delle loro capacità; si sospende la manutenzione e li si mette fuori uso, anche perché non c’è più un solo buco dove conferire la parte più molesta del loro output: la frazione umida non lavorata e puzzolente che dovrebbe essere compost. Sembra che rovinando i propri impianti i titolari dell’appaltato danneggino se stessi; ma non è così. Con quegli impianti fuori uso e le discariche piene, i rifiuti si accumulano per le strade e l’emergenza torna a farsi pressante. Tanto da giustificare nuove ordinanze e nuove deroghe: cioè l’autorizzazione a produrre compost che non è compost e Cdr che non è Cdr. E nuovi impianti con lucrosissimi incentivi: non più un solo inceneritore e nemmeno 2, ma 4; e tutti con gli incentivi Cip6, aboliti nel resto dell’Italia e fuorilegge per la Commissione europea. «Da diverse conversazioni intercettate – scrive Rabitti – emerge il sistematico ricorso al blocco della ricezione dei rifiuti come strumento di pressione per avere le autorizzazioni agli stoccaggi e per giustificare i provvedimenti». Ecco spiegata l’emergenza rifiuti.”

Passa il tempo, sono ormai 5 anni che il libro è stato scritto e non è cambiato molto, ci vuole tanto a prendere coscienza di un problema, capire, diffonderlo, farlo condividere, aspettare pazientemente che altri se lo prendano a cuore, poi basta poco e per un interesse, egoismo, campanilismo, o bassa politica, qualcosa va di traverso e le buone iniziative si insabbiano nelle sabbie mobili del disinteresse. E’ veramente triste.
C’è voluto anche Saviano per raccontare cosa c’è dietro. Se noi italiani avessimo avuto un territorio come gli Stati Uniti, magari non avrebbe brontolato nessuno, i rifiuti sarebbero stati buttati in qualche remota vallata delle montagne rocciose, tutto dimenticato. O magari per non avere vicino i rifiuti i loro produttori li avrebbero spediti in una mega discarica nel terzo mondo, l’Africa ne è piena.
I problemi non si devono risolvere così, si danneggiano altri paesi, altre civiltà.
Qui ora abbiamo falde contaminate, terreni inzuppati di rifiuti tossici e chissà per quanto se li dovranno tenere le persone che ci vivono vicino.
Ecco che la nostra civiltà si deve interrogare sul suo futuro, perché c’è la necessità di ritornare a modi di vita più sobri, regole di vita condivise, ma ci vorrà del tempo.
Non abbiamo più tempo, dobbiamo farlo subito, se ne accorgono anche i giovani, ne cito uno, il primo che trovo, è un esempio, un’altra voce fuori dal coro, indica delle regole su come fare meglio la differenziata.
Tra plastiche, derivati del petrolio di ogni tipo spesso non compatibili tra loro, ci dobbiamo barcamenare in mezzo a rifiuti di ogni genere e diventa difficile classificarli, e un giovane pieno di iniziativa come : http://francescocucari.it/ si inventa un dizionario dei rifiuti scaricabile anche in applicazione per telefonino. Ci sono anche decine di blog sulla raccolta differenziata per aiutare tutti coloro che hanno dubbi o incertezze su come agire.
Eppure vedo ancora incivili che raccolgono tutto in un grande saccone nero e lo buttano dove capita, mi viene da pensare, e non posso farne a meno :
– Non è così che si partecipa in modo positivo alla vita di un paese civile. – !

DIGNITÀ E PERSONA

DIGNITÀ E PERSONA

“L’inverno volgeva alla fine, il capo branco dei lupi in cima a tutti procedeva in testa rassicurava i giovani dicendogli che presto sarebbe arrivata la primavera. Ma a un certo punto un giovane lupo decise di fermarsi, disse che ne aveva abbastanza del freddo e della fame e che sarebbe andato a stare con gli uomini, la cosa importante secondo lui era di restare vivo, così il giovane si fece catturare e con il passare del tempo dimenticò di essere mai stato un lupo. Un giorno di molti anni dopo, mentre accompagnava il suo padrone a caccia lui corse servile a raccogliere la preda. Si rese conto che la preda era il vecchio capo-branco. Divenne muto per la vergogna, ma il vecchio parlò e gli disse così :
– io muoio felice perché ho vissuto la mia vita da lupo, tu invece non appartieni più al mondo dei lupi e non appartieni nemmeno al mondo degli uomini, la fame viene e scompare, ma la dignità una volta persa non torna mai più.”
Inizio il post con questa novella per riflettere su una parola non tanto comune.
L’umanità ne fa ricorso più volte , sempre quando ci sono situazioni non “degne” , ma la casistica è molto ampia.
Le origini di questa parola le troviamo nel vocabolario italiano:
“nobiltà morale che deriva all’uomo dalla sua natura, dalle sue qualità, e insieme rispetto che egli ha di sé e suscita negli altri in virtù di tale sua condizione: comportarsi con dignità; una persona priva di dignità; difendere la propria dignità | decoro, rispettabilità: la dignità di un’istituzione” |
In epoca pre-cristiana dignità era concetto connesso al “ruolo” di una persona. Nelle civitas romane di era repubblicana dignitas denota il rango sociale. Scopo nella vita diventa spesso accrescimento della dignitas (F. Bartolomei – La dignità umana)
Ecco che Kant recita : “Ma l’uomo considerato come persona è elevato al di sopra di ogni prezzo, perché come tale egli deve essere riguardato non come mezzo per raggiungere i fini degli altri e nemmeno i suoi propri, ma come un fine in sé; vale a dire egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto), per mezzo della quale costringe al rispetto di se stesso tutte le altre creature ragionevoli del mondo ed è questa dignità che gli permette di misurarsi con ognuna di loro e di stimarsi loro uguale”
e ancora :
“La moralità, come condizione di questa autonomia legislativa, è dunque la condizione della Dignità dell’uomo e moralità e umanità sono le sole cose che non hanno prezzo”
il tutto confermato da Bartolomei.
In rete il blog http://marciadelladignita.blogspot.it/2013/11/sulla-umana-dignita-di-mario-tiberi.html
e Tiberi blog racconta di aver partecipato alla marcia della dignità a Perugia e dopo ha fatto delle considerazioni come me sulla parola dignità che terminano con queste affermazioni:
“Dove non vi è il rispetto totale del principio morale e giuridico che “la legge è uguale per tutti”, là non vi è dignità. Dove non vi è guida etica nel governo dei negozi pubblici, là non vi può essere dignità. Quando, invece, il debole e l’oppresso sono difesi, sostenuti, carezzati con amore e dedizione, lì vi è dignità. Quando, invece, la donna nella pienezza del suo essere femmina è tutelata, salvaguardata e protetta, soprattutto nel momento in cui è disgraziatamente divenuta oggetto di infamanti violenze sia fisiche che psichiche, lì vi è dignità. Quando, invece, a un popolo è riconosciuto il pieno diritto alla sua autodeterminazione, lì vi è dignità.
Riassumendo: non vi è legge dell’universo che non possa essere modificata dall’esercizio delle ragioni dell’intelletto ed anche da quelle del cuore; non vi è legge dei potenti che non possa essere sovvertita dal giusto desiderio dei popoli di vivere in pace, benessere, giustizia e libertà e pace, benessere, giustizia e libertà altro non sono se non i valori fondanti della umana DIGNITA’.”

Poi Carlo Crosato, L’uguale dignità degli uomini. Per una riconsiderazione del fondamento di una politica morale, ed. Cittadella, Assisi 2013
“In Italia la Costituzione garantisce la libertà in diverse forme : il diritto alla libertà della persona fisica, di domicilio, di circolazione, di pensiero, a riunirsi pacificamente, diritto di riunione e di associazione, di religione.
Non ci sono più gli schiavi che erano trattati non come esseri umani, ma come bestie.
La libertà vera è quella dal bisogno e l’uomo veramente libero in tutta la sua dignità è quello affrancato da ogni forma di indigenza.
Vi sono parecchi pensionati che possono contare su un reddito di poche centinaia di euro, ma non per questo abdicano alla loro dignità e cercano di tirare avanti senza chiedere niente a nessuno. Sono, in effetti, quelli che più meritano il nostro rispetto ed il nostro aiuto.
Oggi, in un mondo che ha perduto, quasi tutti i valori, che non conosce più sentimenti, dove domina la violenza più brutale, come possiamo vedere quotidianamente sfogliando le pagine di un giornale o guardando le immagini del nostro televisore, ancora troppi sono privati della libertà. E’ tutelata la libertà di stampa e di espressione del pensiero con ogni mezzo di diffusione, ma a questo proposito dobbiamo chiederci quante persone senza scrupoli e senza una deontologia professionale violano, in suo nome, la personale “riservatezza” cui tutti hanno diritto.
Senza dire che molti, dimenticando ogni codice morale, e si avvalgono della libertà di stampa per eccitare e risvegliare quegli istinti più bassi che sussistono nell’uomo  mettendo sotto l’occhio smaliziato dello spettatore o del lettore racconti di fatti e notizie che spingono all’emulazione.
Saper discernere il bene dal male: questa è la vera libertà che dà dignità all’uomo, quella che non nuoce agli altri.
Qualunque attività umana, dalla più umile alla più impegnativa, da quella di operatore ecologico a quella del professionista, da quella del ciabattino a quella, per esempio, dello stilista di moda e dell’artista, deve essere svolta con dignità, cioè rispettando certi valori, che oggi stanno diventando, purtroppo sempre più rari. L’individuo ha bisogno di provare certe sensazioni, come quella di aver compiuto dovere nei confronti della società, di aver assolto ai suoi compiti, altrimenti la sua vita si trasforma in un succedersi di giorni che, invece di esaltarlo, gli trasmettono un senso d’insoddisfazione, d’inutilità, di vuoto dentro l’anima.”
C’è lo spot di Amnesty international “IO PRETENDO DIGNITA’” e anche un blog della Chiesa Cattolica che descrive con dovizia storica la dignità della persona umana con dettagliate informazioni inerenti la bioetica internazionale.
Voglio citare : http://lostileliberomak.blogspot.it/2013/12/illavoratore-modello-e-un-uomo.html
un blog provocatorio, ma non meno efficace nei contenuti che afferma :
“La dignità del lavoratore è direttamente proporzionale al suo potere d’acquisto”.
Con un precisa cronistoria delle parole e con riferimenti a Musil (scrittore austriaco del primo 900) “questo adora il denaro, l’ordine, la scienza, il calcolare, il misurare e il pesare, ossia in fin dei conti lo spirito del denaro e dei suoi affini, e nello stesso tempo lo deplora. Mentre durante le ore di lavoro martella e conteggia, e fuori di quelle si comporta come un’orda di bambini, sbalestrata di eccesso in eccesso dall’incalzante problema: e ora cosa facciamo”. Frantumare la totalità e con essa l’uomo è infatti solo l’ultima “furbata” per rendere la vita meno faticosa e più “semplice” (nel tedesco la parola “schlecht” (cattivo) è prossima a “schlicht” (semplice)).
La vita sembra così acquistare un valore solo se il “prezzo” le viene riconosciuto da qualcuno disposto a pagarlo. Un “prezzo” che sembra poter essere saldato esclusivamente col lavoro.
All’autonomia dell’homo faber preindustriale, che poteva racchiudere la propria attività manuale nel prodotto finito, abbiamo sostituito l’alienato lavoratore “qualificato” che, da solo, non sa fare quasi nulla.” Ho scritto qualcosa di simile in un recente post sul lavoro.
Arrivo a concludere che la dignità è un valore fondante e dovrebbe essere come per certe auto una “dotazione di base” e non un optional. Ci sono persone che abbandonano la dignità e i motivi sono diversi, il lupo della novella, ha scelto lui di andare a mangiare pasti caldi perdendo l’identità di branco, la dignità, insomma .. tutto. Le persone che abbandonano la dignità o costrette ad abbandonarla non devono essere identificate con quelle che hanno perso il lavoro.
Aggiungo, chi la dignità ce l’ha ancora potrebbe aiutare coloro che la stanno perdendo, del resto i lupi pur essendo nel branco del fuggitivo non potevano soccorrere chi aveva fame e andava a farsi incatenare dall’uomo o impedirgli di farlo, mentre siamo… PERSONE.

DIGNITA' E PERSONA

 

DELEGA E FURTO

DELEGA E FURTO

Delegare : autorizzare qualcuno a compiere un atto in propria vece; incaricare, deputare: il presidente delega il suo vice a rappresentarlo , affidare ad altri l’esercizio di poteri o funzioni rientranti nella propria sfera di competenze , investire un altro soggetto del potere di rappresentanza.
I comuni hanno affidato la gestione di servizi alle municipalizzate, l’incarico di riscuotere crediti dello Stato ad Equitalia, funzioni amministrative e pubbliche sono state da sempre delegate in vario modo, i cittadini hanno delegato la classe politica a regolamentare con le leggi e ordinamenti la società in cui viviamo, imprese private a partire dagli anni 80 hanno decentrato servizi aziendali ad imprese esterne specializzate, i sindacati sono stati investiti del potere di rappresentanza.
Delegare è come levarsi un peso, e di pesi ne sono stati stati tolti tanti, ma da altre parti i pesi sono aumentati e quello del debito pubblico e privato è diventato enorme.
Corruzione, criminalità, truffe, evasione fiscale sono i mali italiani causa del nostro debito pubblico e analizzati in un libro di Nunzia Pepelope “Soldi rubati” .
I conti spesso non tornano. Ognuno di noi ha un debito di oltre 30.000 euro. Ma quali sono le cause di questo debito così rilevante ?
Il reato di evasione fiscale viene percepito come reato minore rispetto ad altri che prevedono il carcere.
Il fisco potrebbe con gli strumenti moderni tramite l’accesso alle banche dati capire se qualche cittadino si comporta male (evasore), ma sarebbe una vittoria limitata, occorre far passare l’idea che l’evasore non è furbo. C’è bisogno perfino della pubblicità per aiutarci a capirlo.
In europa la tassazione è abbastanza alta e ci sono stati anche casi clamorosi come l’attore G.Depardieu per non pagare le tasse prende la cittadinanza russa per evitare il pagamento.
Nella nostra società non ci dovrebbero essere evasori, proprio la rivoluzione russa tolse i beni ai ricchi per poi distribuirli. I tempi sono cambiati, ma la storia non perdona, c’è un detto che ricorda :
– chi non conosce la storia è costretto a riviverla –
Sappiamo che in momenti di forte disuguaglianza sociale possono sorgere grossi problemi.
Partiamo dall’assunto che le tasse le devono pagare tutti e chi non le paga deve prima di tutto essere identificato , ricordate il film “La lettera scarlatta” ? Alla protagonista adultera viene cucita una lettera A sull’abito , all’evasore basta metterlo su delle liste on-line consultabili, se poi non paga il sequestro dei beni o la galera devono essere una certezza!
Questo però non succede, pochi giorni fa Report con la Gabanelli ci ha spiegato che il sistema giuridico “tende” alla scadenza cioè si allunga il brodo fino a che scadono i termini, (legge Cirielli) oppure si aspetta l’amnistia, entrambe queste due procedure non esistono nei paese anglosassoni, dove la certezza della pena ha dei tempi massimi di due anni e ad es. in Inghilterra i ricorsi alla “corte suprema” non raggiungono i cento casi l’anno.
Lo stato non riesce a recuperare questa evasione, da dove nasce questa inefficienza ?
Suddivisione dei compiti ed eccessiva tutela delle caste sono i problemi principali, ma anche il patto di non intervento stipulato negli anni 70 tra stato e imprese , lo stato con la tassazione alla fonte di dipendenti si garantiva entrate sicure e al tempo stesso assicurava la non intrusione negli affari dell’imprese.
La legge “manette agli evasori” era inapplicabile, troppo severa ed inutile poi alle elezioni sono le tasse che decidono chi vince e chi perde e il partito degli evasori è molto grande.
Il fisco tedesco ha acquistato dal mercato clandestino gli elenchi degli evasori e questo acquisto è stato ben ricompensato , inoltre si è generato una sorte di effetto a catena con autodenunce degli evasori. Fatto !
Non è etico, ma va a farlo in Italia ! Chissà quanti ce ne sono che si metterebbero a traverso, queste sono cose come le riunioni aziendali , le migliori sono quelle dove si riuniscono i dipendenti e si comunicano le scelte già prese, quindi che qualcuno lo faccia , subito e lo dica dopo!
Gli evasori sono stati trovati e nei modi più strani ad es. a Bassano del Grappa i decessi non combaciavano con i funerali e poi si è chiarito che a quelli che non detraevano la fattura la stessa non veniva emessa e le imprese pompe funebri non pagavano le tasse. Sempre più difficile scovare i “furbi” !.
Il nostro “Sceriffo di Nottingham” nonché Equitalia non riscuote molto, prende aggi spaventosamente alti e enti pubblici , comuni etc. pagano per avere i loro servizi, ma poi i loro esattori sono teneri con i ricchi e rigidi e inflessibili con i poveri, con il risultato che per l’immaginario collettivo sono stronzi e raccattano poco.
La materia fiscale l’Italia soffre di una stratificazione normativa che chiamarla selva è poco, dove diventa difficile districarsi anche per gli addetti del settore, inoltre commercialisti compiacenti suggeriscono ricorso anziché pagare, e almeno si allunga il momento del pagamento del dovuto.
Scudo fiscale e condoni sono state le invenzioni geniali lanciate a partire dai governi Craxi e hanno fatto arrabbiare ancora di più chi le tasse le ha sempre pagate.
Come se non bastasse ci sono circa tre milioni di lavoratori a nero, sommati a ecomafie, contraffazione prodotti e pirateria siamo al completo.
E…. attenzione! se vanno a fare l’ISEE i lavoratori in nero hanno un reddito ZERO !!! e poi dobbiamo pagargli asilo nido e sussidi.
Questo post rischia di apparire peggio di un telegiornale, tutte brutte notizie che raccontano fatti tragici e buona parte di questi portano sfiga. Non è finita ! …
Andiamo ad analizzare l’altra parola : furto
“L’impossessarsi di cosa mobile altrui sottraendola a chi la detiene, con l’intento di trarne profitto per sé o per altri: commettere un furto; furto continuato, aggravato”
Furto è stato il risultato delle deleghe elargite nei modi più vari e spesso senza regole precise.
In altre società il furto è considerato una cattiva e ingiusta azione che minaccia l’equilibrio economico della società.
“È evidente che la prima cosa necessaria alla vita dell’uomo è costituita dai suoi beni, dai suoi averi che egli si è guadagnato a prezzo della sua stessa vita e che protegge, sfruttando la sicurezza esistente nella società in cui vive, per garantire con essi la sopravvivenza della società.
Usurpare i beni altrui significa vanificare una vita spesa ad acquistarli. Chi ruba provoca la paralisi della maggior parte delle attività degli individui della società ed è come se tagliasse le loro mani impedendo loro di lavorare.”
No, non cercate queste frasi virgolettate nella nostra costituzione , le ho rilevate da un sito islamico ed è la descrizione del furto, l’Islam lo considera uno dei peccati maggiori. Le leggi ce l’hanno, ma rubano anche loro, forse il numero dei ladri è solo minore in percentuale.
Volete una bella ricetta natalizia che ci dia opportunità di crescita a breve ?
No ! Non ce l’ho. Magari ce l’avessi ! Mi permetto di elencare però alcuni rimedi che come l’omeopatia cura la persona e non la malattia, questi agiscono sui nostri comportamenti e non direttamente sulla crisi in atto.
smettiamo di delegare, o facciamolo meglio, la partecipazione poi sarebbe ottimo.
cominciamo con l’educazione all’uso del bene comune, dai bambini, un bel libro che lo spiega è “Le belle tasse” di Fichera , il racconto di un gran gioco delle tasse organizzato con monete di cioccolata che insegna il principio di contribuzione. Cento bambini diventano cittadini e governanti di un paese immaginario, si sostituiscono al consiglio comunale e sono loro che decidono l’autotassazione per il terremoto d’Abruzzo è da questa passione civile che potremo avere delle opportunità.
dobbiamo cominciare a esercitare “arte politica” con la passione di ogni principiante che si avvicina ad una nuova attività, possiamo invertire la tendenza secolare italiana ben spiegata nel libro di Ermanno Rea – La fabbrica dell’obbedienza – vedi video : http://www.youtube.com/watch?v=9AGfLCANpGY
quindi ora Buon Natale !

DELEGA E FURTO

 

PATRIA E CITTADINANZA

PATRIA E CITTADINANZA

Il Vocabolario Zingarelli, la definisce come il «paese comune ai componenti di una nazione, cui essi si sentono legati come individui e come collettività, sia per nascita sia per motivi psicologici, storici, culturali e simili».
Il termine «patria» deriva dall’espressione latina terra patria, che in origine avrebbe designato eminentemente un vincolo giuridico-patrimoniale, ovvero la terra ereditata dai propri antenati.
I Romani ( che possiamo e dobbiamo considerare i nostri unici antenati, creatori e custodi di tutta la nostra civiltà) avevano dentro di se delle forti tradizioni e un grande attaccamento ai principi morali, la quale formazione è da ricondursi all’Età Arcaica ma che in parte si svilupparono fino alla Repubblica. I valori del popolo romano includevano sia virtù individuali che comunitarie, la società le perseguiva come un insieme
Ma è nel saluto di Namaziano a Roma, prima di ritornare in
Gallia, sua terra d’origine, che troviamo per la prima volta nella
storia della letteratura la parola “patria”:
“Fecisti patriam diversis gentibus unam;
profuit iniustis te dominante capi.
Dumque offers victis proprii consortia iuris,
urbem fecisti quod prius orbis erat”.
“Hai fatto una sola patria di popoli diversi;
fu un beneficio per gli incivili cadere sotto il tuo dominio.
E offrendo ai vinti la partecipazione al tuo diritto,
Hai reso città ciò che prima era mondo”.
Mentre il pensiero di Agostino si riferiva a più ad una patria celeste, nel medioevo il concetto viene rielaborato da comunità pagane facendo riferimento a vincoli di sangue.
Nella divina commedia Dante fa riferimento a una piccola patria con riferimento a scenari cittadini con feroci condanne ai traditori di patria.
Nel 15° e 17° secolo dagli atti notarili si evince che la nozione di patria e cittadinanza non sempre furono sovrapponibili, venivano ben identificati coloro che appartenevano alle file della mercatura internazionale magari provenienti da aree geografica diverse.
Ed ecco la patria come luogo natio nel quale ci si identifica sul piano genealogico e culturale.
Nelle culture contadine la patria è il villaggio di appartenenza mentre la nazione è percepita come un’entità lontana.
I teorici dello stato monarchico tentano di riavvicinare questi due concetti patria e nazione
L’osmosi tra questi due concetti (patria e nazione) si completa nell’età delle grandi rivoluzioni, da un lato quella francese (1789-99) che contrappose il regno (il potere monarchico) al binomio patria-nazione (i patrioti perseguirono l’obiettivo di abbattere il primo ed elevare il secondo, attraverso la nascita di una nuova nazione, patria di tutti i francesi), e d’altro canto la Rivoluzione americana, che implicò la rinuncia a ogni più antica idea di patria (la madrepatria inglese o i diversi territori d’origine dei coloni) e il varo di un originale modello politico, funzionale al governo di società complesse (un federalismo più evoluto di quello svizzero o olandese, cioè una «grande patria di Stati», non di cantoni o province). Nella definizione di Stati Uniti d’America, patria e nazione divennero concetti inscindibili, perché forgiati in uno stesso momento, per volontà del popolo americano.
Poi i regimi totalitari usarono la patria per costruirci un concetto di culto della patria, con una pregiudicata manipolazione della storia.
Dopo il secondo conflitto mondiale si è reso necessario il superamento della dimensione territoriale, ma dopo questo excursus storico del concetto di patria non poteva mancare il punto di vista di un non-europeo.
Infatti c’è una maniera ancora più spirituale di intendere la patria, che è propria dei popoli nativi – da noi chiamati, a lungo, «primitivi» o, addirittura, «selvaggi» -, ed è quella di identificarla con una modalità dello spirito, come un fatto essenzialmente religioso: certo legato ad un luogo fisico, ma non in senso giuridico-territoriale.
Il capo indiano Seattle, nel suo famoso discorso del 1887, dà una definizione di patria che evidenzia la differenza di concezione fra bianchi e indiani :
«C’è poco in comune tra noi. Le ceneri dei nostri antenati sono per noi sacre, e sacro è il luogo ove riposano; voi, invece, vi allontanate dalle tombe dei vostri padri apparentemente senza dolore…I vostri morti, non appena sono scesi nella tomba, cessano di amare voi e il luogo dove sono nati; presto dimenticati, se ne vanno lontano, oltre le stelle, da dove non ritornano mai più.
I nostri morti, invece, non dimenticano mai la terra meravigliosa che diede loro un giorno la vita ed continuano ad amare i fiumi sinuosi, le alte montagne,  le valli solitarie; continuano a nutrire i sentimenti più teneri per coloro che vivono con il cuore  ormai solo, e ritornano spesso per visitarli e consolarli…
Per il mio popolo, dunque, ogni porzione di questa terra è sacra: ogni pendio, ogni vallata, ogni pianura e ogni foresta sono santificati da un dolce ricordo o da un’esperienza dolorosa della mia tribù.  Anche le rocce, apparentemente così mute sotto il sole cocente della costa, sono imbevute, nella loro solenne imponenza, del ricordo di eventi del passato legati al destino del mio popolo.
E persino la polvere reagisce con più amore ai nostri passi che non ai vostri: essa, infatti, non è che la cenere dei nostri antenati e i nostri piedi nudi avvertono questo contatto benevolo, poiché il terreno è reso fertile dalla vita delle nostre famiglie.»
In asia il concetto di patria è ancora un altra cosa con storia e tradizioni completamente diverse dalle nostre, es. in Cina , un popolo abituato per millenni a sentirsi al centro del mondo ha un senso patria molto forte, o l’India dove Gandhi è stato definito “padre della patria”.
Ma veniamo a noi, mi sono andato a leggere le proposte di legge per la concessione della cittadinanza agli stranieri, e si parla troppo di cittadinanza e poco di “patria” mi sembra evidente che molti stranieri non hanno niente di quanto accennava al capo indiano sopra menzionato e non tanto il sangue italiano, ma nemmeno la minima idea di cosa significhi integrazione , la conoscenza della lingua italiana e delle leggi del nostro paese.
Se non tutti gli italiani le conoscono e qualche volta ci lamentiamo che gli stranieri conoscono le leggi meglio di noi, non è una scusa per accettare nuovi cittadini che non sanno nulla delle nostre leggi.
Nelle ultime pagine dei quaderni di scuola delle elementari (quasi cinquanta anni fa) spesso avevo gli articoli della Costituzione, ora mi domando cosa sanno i nuovi stranieri delle leggi, conoscono la lingua italiana ? E le nostre leggi ? Si sono integrati con la popolazione locale ? Quanto partecipano ad es. a feste paesane , eventi sportivi , sagre o altro ?
Prima di tutto occorre che lo straniero VOGLIA DAVVERO diventare cittadino italiano e allora bisogna essere chiari e spiegargli cosa questo comporta.
Sapete che spesso non vogliono la cittadinanza in quanto la condizione di stranieri è migliore dal loro punto di vista economico ?
Ma avete capito bene ??? ho detto “economico” ! Se allora facciamo diventare cittadini per loro opportunità economiche o una-tantum dopo solo 5 anni, allora non ci abbiamo capito nulla, credo.

 

PATRIA E CITTADINANZA

PASOLINI : 1974 – video su Sabaudia e civiltà dei consumi

PASOLINI : 1974 – video su Sabaudia e civiltà dei consumi

Pasolini : una voce fuori dal coro

Sono passati quasi quaranta anni dalla divulgazione di questo video, lui l’intellettuale attento, analizza il tentativo fallito dal fascismo di razionalizzare la provinciale e rustica Sabaudia, un’opera compiuta solo nell’aspetto estetico. La predizione del futuro è azzeccata, gli italiani, perso il ricordo della civiltà contadina si sarebbero trasformati in barbari, genti senza storia e senza radici.

FARE

FARE – (buoni propositi)


Molto tempo fa essere connessi a internet veniva identificata come una attività di “NON FARE”
in quanto prevalentemente virtuale (non reale), ora tante cose sono cambiate, mentre si è connessi e si compra on-line la merce arriva davvero a casa, su questo gruppo di facebook anche se il tempo potrà sembrare sprecato, sarà invece destinato a gettare le basi per probabili attività , e auspico diventi un valore anche se non quantificabile.
mi diceva mia nonna : – tra dire e fare c’è di mezzo il mare ! –
Ora voglio sperare che questi semi deposti nelle coscienze di ognuno di noi siano qualcosa in più di DIRE anche se non sono ancora FARE.
Cercheremo insieme di colmare questo mare che divide le due attività ben distanti tra loro purché le scelte che faremo siano CONDIVISE.
Supponiamo che in futuro si creino EVENTI ,
gli eventi su facebook diventano qualcosa che si tocca con mano, ci si incontra finalmente e siccome alla fine siamo a Castello al ritrovo ci si scambiano opinioni, idee, ci si conosce per davvero se questo non era stato fatto prima, e allora magari si incontrano persone appartenenti anche ad altre associazioni, e i percorsi, le scelte sono simili anche il gruppo di appartenenza ha una collocazione politica diversa, ed ecco che il confronto diventa importante, le scelte diventanto CONDIVISE.
ed ecco le parole difficili !
Ve lo immaginate decine di associazioni presenti sul territorio sponsorizzate da svariate figure, tese a mantenere le loro posizioni di potere duramente conquistate che CONDIVIDONO qualcosa ?!
Bah ditelo pure sei un sognatore ! Me lo merito