All articles by Roberto Francalanci

GIOCO E TEMPO LIBERO

GIOCO E TEMPO LIBERO

Le attività ludiche e i giochi rappresentano un elemento importante di ogni tempo e cultura: ce ne sono di antichi e moderni, adatti per gli adulti e per i bambini, per i ricchi e per i poveri, legati a feste e a rituali. I giochi sono portatori di modelli specifici dei tempi e dei luoghi in cui si sviluppano non sono solo lo specchio di un determinato modo di essere e di pensare, ma anche uno strumento per educare.
Gli italiani sono, tra i genitori europei, quelli che trascorrono meno tempo con i propri figli. I giochi creativi stanno diventando desueti, a favore del tempo trascorso davanti agli schermi dei videogiochi o dei televisori, che, purtroppo, soprattutto se usati in modo non appropriato ed in età precoci, possono produrre effetti alienanti. Il gioco ”tradizionale” non soltanto fa bene, ma è un’attività necessaria, per la crescita emozionale dei bambini. Ed anche degli adulti, che forse però se ne dimenticano.
Adulti e bambini sono da sempre attratti verso il gioco, ma sono sempre di più i genitori “pantofolai”.
Nel nostro paese vari sport si alternano ai momenti destinati al gioco sia per i genitori che per i bambini.
Con il passare degli anni sono cambiati sia le offerte da parte delle società sportive, sia le preferenze dei cittadini.
Seguendo i figli in palestre o campi sportivi, spesso si assiste a diverbi fra genitori o fra genitori e allenatori che mettono in evidenza un livello molto basso di educazione, e di consapevolezza del ruolo che ci compete.
Si intuisce una mancanza di competenza educativa nelle società sportive locali, sia dal punto di vista manageriale, che riguardo agli operatori sportivi. Viene infatti curato l’aspetto tecnico, anche in età molto precoce, e sottovalutato l’aspetto educativo. Anche i genitori hanno un’idea dello sport totalmente distorta.
Il problema di fondo è quello di “spostare” l’obiettivo.
L’obiettivo dovrebbe essere non “creare il campione” ma forgiare l'”Atleta” … con la A maiuscola, cioè una persona che impari, attraverso una attività appropriata, con l’allenatore competente, a conoscere il proprio corpo, i propri limiti, le qualità fisiche che lo distinguono e da lì giungere alla possibilità di individuare lo sport più adatto a ciascun allievo.
Anche la specializzazione precoce può essere dannosissima, in quanto preclude al bambino di poter sperimentare una vasta gamma di azioni motorie, importanti per far capire all’allievo quale è la propria predisposizione, e all’allenatore quali sono le doti naturali individuali più facili da sviluppare.
Non dimentichiamo poi che la specializzazione precoce è dannosa anche dal punto di vista fisico, sia per lo sviluppo eccessivo di certi muscoli in età puberale e per la sollecitazione di articolazioni e ossature ancora in fase di calcificazione.
Gli allenatori che prendono questi bimbi a 5 anni dovrebbero essere preparatissimi dal punto di vista psico-motorio … invece molto spesso sono solo dei ragazzi che hanno giocato (calcio, basket, …)
L’altro aspetto che non deve essere tralasciato oltre al corpo è la “mente” e nel codice di comportamento dello sportivo non possono mancare delle buone regole.
Quindi copio-incollo un vecchio post pubblicato su fb che mi sembra attinente

BALOTELLI E MODELLI post del 15 ottobre 2013

Non avrei titolo per parlare di sport, uno come me che potrebbe seminare patate nei campi di calcio, mi è venuto spontaneo quando ho sentito delle polemiche dell’atleta in oggetto in merito alla camorra.

Mi ritornano in mente i tempi di una quarantina d’anni fa quando un atleta che faceva casino (non rispetto delle regole, frequenti litigi in campo etc.) veniva lasciato in panchina o anche non convocato , pur essendo una valida risorsa per la squadra, cioè l’allenatore sapeva che senza di lui avrebbero perso, ma lo lasciava a casa perché non era educativo per la squadra, per gli spettatori e non voleva perder tempo a dividerlo dalle solite risse.

Mi potrete obiettare che è successo tanto tempo fa e prima era diverso… Cosa è cambiato ?
Prima di tutto le logiche del profitto sono entrate a pieno titolo nello sport, si vuole ottenere il risultato ad ogni costo, si accettano compromessi pur di vincere, i genitori finanche di bambini piccoli li spronano a comportamenti che non dovrebbero caratterizzare età di 8 o 9 anni.

Si accetta tutto quello che intorno ruota attorno a noi, la violenza negli stadi, per garantire un reddito certo si fanno entrare i violenti negli stadi, si pagano i giocatori a peso d’oro purché ci sia spettacolo, si accettano i loro comportamenti perché i tifosi chiedono vittoria sempre e a piene mani.

Possiamo provare ad immaginare quanto sarebbe bello un mondo dove lo sport diventa un gioco come dovrebbe essere.

Dal Dizionario Garzanti si evince che il significato di sportivo è :
– conforme alle norme di lealtà e correttezza proprie dello sport: giocare, battersi in modo sportivo, con spirito sportivo;
– tenere un contegno sportivo che affronta serenamente situazioni negative, che accetta con animo distaccato anche le sconfitte: è un tipo sportivo,
– sa perdere con signorilità
– chi si comporta in modo corretto, leale, cavalleresco; chi sa accettare serenamente anche le sconfitte

Qualcuno dovrebbe ricordare ai calciatori che il calcio è uno sport e che i calciatori dovrebbero essere SPORTIVI.

I calciatori potrebbero prendere come modello ispiratore un giocatore di rugby , gli spettatori agli stadi dovrebbero cercare di comportarsi come alle partite di rugby (alle fine si abbracciano tutti e quelli che hanno perso ridono con gli altri, lo sport deve essere un divertimento se non è così non serve a nessuno.

Per Balotelli ed il suo comportamento in merito alla partita anticamorra, vorrei ricordargli che il ruolo che lui ha, riveste un’importanza superiore alle sue possibilità, i suoi comportamenti vengono osservati da milioni di ragazzi, e ogni azione deve essere accompagnata da quello che purtroppo non lo contraddistingue : il buon senso.

A Balotelli , a tutti coloro che si catapultano all’interno della televisione, radio, internet (senza essere consapevoli della responsabilità a loro affidata) e vengono visti, osservati da milioni di persone , diventando così modello per molti giovani, dovrebbero prima di metterli lì fargli passare un esame di buon senso subordinato al rilascio di una “patente”.

Solo dopo potrebbero andare a giocare o lasciare il posto ad altri.

Questo è quello che abbiamo, dipende da noi se vogliamo che rimanga così.

 

GIOCO E TEMPO LIBERO

PATRIA E CITTADINANZA

PATRIA E CITTADINANZA

Il Vocabolario Zingarelli, la definisce come il «paese comune ai componenti di una nazione, cui essi si sentono legati come individui e come collettività, sia per nascita sia per motivi psicologici, storici, culturali e simili».
Il termine «patria» deriva dall’espressione latina terra patria, che in origine avrebbe designato eminentemente un vincolo giuridico-patrimoniale, ovvero la terra ereditata dai propri antenati.
I Romani ( che possiamo e dobbiamo considerare i nostri unici antenati, creatori e custodi di tutta la nostra civiltà) avevano dentro di se delle forti tradizioni e un grande attaccamento ai principi morali, la quale formazione è da ricondursi all’Età Arcaica ma che in parte si svilupparono fino alla Repubblica. I valori del popolo romano includevano sia virtù individuali che comunitarie, la società le perseguiva come un insieme
Ma è nel saluto di Namaziano a Roma, prima di ritornare in
Gallia, sua terra d’origine, che troviamo per la prima volta nella
storia della letteratura la parola “patria”:
“Fecisti patriam diversis gentibus unam;
profuit iniustis te dominante capi.
Dumque offers victis proprii consortia iuris,
urbem fecisti quod prius orbis erat”.
“Hai fatto una sola patria di popoli diversi;
fu un beneficio per gli incivili cadere sotto il tuo dominio.
E offrendo ai vinti la partecipazione al tuo diritto,
Hai reso città ciò che prima era mondo”.
Mentre il pensiero di Agostino si riferiva a più ad una patria celeste, nel medioevo il concetto viene rielaborato da comunità pagane facendo riferimento a vincoli di sangue.
Nella divina commedia Dante fa riferimento a una piccola patria con riferimento a scenari cittadini con feroci condanne ai traditori di patria.
Nel 15° e 17° secolo dagli atti notarili si evince che la nozione di patria e cittadinanza non sempre furono sovrapponibili, venivano ben identificati coloro che appartenevano alle file della mercatura internazionale magari provenienti da aree geografica diverse.
Ed ecco la patria come luogo natio nel quale ci si identifica sul piano genealogico e culturale.
Nelle culture contadine la patria è il villaggio di appartenenza mentre la nazione è percepita come un’entità lontana.
I teorici dello stato monarchico tentano di riavvicinare questi due concetti patria e nazione
L’osmosi tra questi due concetti (patria e nazione) si completa nell’età delle grandi rivoluzioni, da un lato quella francese (1789-99) che contrappose il regno (il potere monarchico) al binomio patria-nazione (i patrioti perseguirono l’obiettivo di abbattere il primo ed elevare il secondo, attraverso la nascita di una nuova nazione, patria di tutti i francesi), e d’altro canto la Rivoluzione americana, che implicò la rinuncia a ogni più antica idea di patria (la madrepatria inglese o i diversi territori d’origine dei coloni) e il varo di un originale modello politico, funzionale al governo di società complesse (un federalismo più evoluto di quello svizzero o olandese, cioè una «grande patria di Stati», non di cantoni o province). Nella definizione di Stati Uniti d’America, patria e nazione divennero concetti inscindibili, perché forgiati in uno stesso momento, per volontà del popolo americano.
Poi i regimi totalitari usarono la patria per costruirci un concetto di culto della patria, con una pregiudicata manipolazione della storia.
Dopo il secondo conflitto mondiale si è reso necessario il superamento della dimensione territoriale, ma dopo questo excursus storico del concetto di patria non poteva mancare il punto di vista di un non-europeo.
Infatti c’è una maniera ancora più spirituale di intendere la patria, che è propria dei popoli nativi – da noi chiamati, a lungo, «primitivi» o, addirittura, «selvaggi» -, ed è quella di identificarla con una modalità dello spirito, come un fatto essenzialmente religioso: certo legato ad un luogo fisico, ma non in senso giuridico-territoriale.
Il capo indiano Seattle, nel suo famoso discorso del 1887, dà una definizione di patria che evidenzia la differenza di concezione fra bianchi e indiani :
«C’è poco in comune tra noi. Le ceneri dei nostri antenati sono per noi sacre, e sacro è il luogo ove riposano; voi, invece, vi allontanate dalle tombe dei vostri padri apparentemente senza dolore…I vostri morti, non appena sono scesi nella tomba, cessano di amare voi e il luogo dove sono nati; presto dimenticati, se ne vanno lontano, oltre le stelle, da dove non ritornano mai più.
I nostri morti, invece, non dimenticano mai la terra meravigliosa che diede loro un giorno la vita ed continuano ad amare i fiumi sinuosi, le alte montagne,  le valli solitarie; continuano a nutrire i sentimenti più teneri per coloro che vivono con il cuore  ormai solo, e ritornano spesso per visitarli e consolarli…
Per il mio popolo, dunque, ogni porzione di questa terra è sacra: ogni pendio, ogni vallata, ogni pianura e ogni foresta sono santificati da un dolce ricordo o da un’esperienza dolorosa della mia tribù.  Anche le rocce, apparentemente così mute sotto il sole cocente della costa, sono imbevute, nella loro solenne imponenza, del ricordo di eventi del passato legati al destino del mio popolo.
E persino la polvere reagisce con più amore ai nostri passi che non ai vostri: essa, infatti, non è che la cenere dei nostri antenati e i nostri piedi nudi avvertono questo contatto benevolo, poiché il terreno è reso fertile dalla vita delle nostre famiglie.»
In asia il concetto di patria è ancora un altra cosa con storia e tradizioni completamente diverse dalle nostre, es. in Cina , un popolo abituato per millenni a sentirsi al centro del mondo ha un senso patria molto forte, o l’India dove Gandhi è stato definito “padre della patria”.
Ma veniamo a noi, mi sono andato a leggere le proposte di legge per la concessione della cittadinanza agli stranieri, e si parla troppo di cittadinanza e poco di “patria” mi sembra evidente che molti stranieri non hanno niente di quanto accennava al capo indiano sopra menzionato e non tanto il sangue italiano, ma nemmeno la minima idea di cosa significhi integrazione , la conoscenza della lingua italiana e delle leggi del nostro paese.
Se non tutti gli italiani le conoscono e qualche volta ci lamentiamo che gli stranieri conoscono le leggi meglio di noi, non è una scusa per accettare nuovi cittadini che non sanno nulla delle nostre leggi.
Nelle ultime pagine dei quaderni di scuola delle elementari (quasi cinquanta anni fa) spesso avevo gli articoli della Costituzione, ora mi domando cosa sanno i nuovi stranieri delle leggi, conoscono la lingua italiana ? E le nostre leggi ? Si sono integrati con la popolazione locale ? Quanto partecipano ad es. a feste paesane , eventi sportivi , sagre o altro ?
Prima di tutto occorre che lo straniero VOGLIA DAVVERO diventare cittadino italiano e allora bisogna essere chiari e spiegargli cosa questo comporta.
Sapete che spesso non vogliono la cittadinanza in quanto la condizione di stranieri è migliore dal loro punto di vista economico ?
Ma avete capito bene ??? ho detto “economico” ! Se allora facciamo diventare cittadini per loro opportunità economiche o una-tantum dopo solo 5 anni, allora non ci abbiamo capito nulla, credo.

 

PATRIA E CITTADINANZA

SPECIALIZZATO o ARTISTICO

SPECIALIZZATO o ARTISTICO

Il lavoro è inteso con una forte connotazione negativa …Non è un caso che al termine latino “labor” corrispondano termini italiani come fatica, travaglio,pena…
Con l’avvento dell’era industriale il concetto di lavoro assume un significato di erogazione da parte dell’uomo di una forza produttiva che al tempo stesso è trasformatrice e creatrice.
Nei decenni successivi il concetto di lavoro si identifica in parte anche con un concetto di elevata socializzazione, sia perché le sempre più numerose fabbriche si caratterizzano per una crescente aggregazione di persone, sia perché connesso al lavoro vi è un marcato processo di inurbamento con lo sviluppo di agglomerati residenziali densamente abitati nelle immediate vicinanze delle fabbriche.
L’era industriale introduce a gran forza la specializzazione, i cicli produttivi, sempre più complessi, necessitano di molte figure intermedie con competenze diverse, spesso associate a differenti impianti o macchine.
Il rapporto uomo/macchina si rafforza con conseguente forte dipendenza del lavoratore dalla macchina stessa, e ad un cambiamento del processo produttivo con sostituzione delle macchine comprese nello specifico ciclo produttivo si sostituisce anche il lavoratore , a meno che non impari ad usare la nuova macchina. La chiusura di una unità produttiva comporta spesso la perdita di posti di lavoro senza possibilità di reinserimento, se non in aziende con cicli produttivi simili, e quando un intero comparto settoriale cede in un’area, la disoccupazione diventa una realtà per quei lavoratori.
Lo smembramento dei cicli produttivi consente la creazione di aziende satellite con alti livelli di specializzazione. Più alto è il livello di specializzazione e più alte diventano le remunerazioni del personale specializzato.
La possibilità di poter lavorare per realizzare un prodotto finito per intero (mi riferisco al settore manifatturiero) si allontana in modo irreparabile, un lavoratore di un calzaturificio ad es. partecipa al montaggio di una soletta, o incolla per l’intera giornata lavorativa parte del tacco.
I lavoratori specializzati nel momento di crisi attuale soffrono più degli altri in quanto la loro caratteristica li rende meno versatili e spesso non riescono a collocarsi in modo adeguato o escono dal mondo del lavoro.
Nessun paragone con l’arte/mestiere di calzolaio che esercitava mio nonno nella sua bottega di Pillo (frazione di Gambassi Terme), prendeva la misura del piede alla futura sposa o al giovane contadino. (mi riferisco all’immediato dopoguerra quando solo a Castelfiorentino c’erano oltre 20 calzolai) fino a tagliare suola, tomaia etc. , montare l’intera scarpa e cucirla nella misura corretta.
Calzolai del genere in tutta la toscana esistono ancora, non credo superino il n. delle 100 unità produttive e non si parla di un migliaio di persone ! (per scrupolo ho visitato il sito di calzolaio.it e ce ne sono censiti 74 in toscana)
I calzolai avevano la soddisfazione di poter realizzare qualcosa di concreto a differenza dei molti lavoratori dell’industria manifatturiera. La molla che spinge il lavoratore a diventare artigiano è quella della creazione artistica, insita in ognuno di noi e se attivata può contenere energie notevoli.
Allo stato attuale il settore manifatturiero soffre, ma quello artigianale non va meglio, in certi casi è sparito completamente.
Ci potrà essere una inversione di tendenza ? Avremo una nuova diffusione delle arti e dei mestieri ?
Ci sono ancora in giro persone disposte a “insegnare” i loro saperi, i loro segreti ?
E non mi riferisco al solo calzaturificio !
Andiamo a scovare competenze tra le persone ancora vive, potremo trovare delle risorse inaspettate, si tratta solo intanto di cercare di censire quel che c’è, e non credo sia un grande sforzo.

PARTECIPAZIONE E FIDUCIA

PARTECIPAZIONE E FIDUCIA

Tempo fa vidi in televisione il sociologo Prof. De Masi, ha la cattedra di Sociologia del Lavoro dell’Università “La Sapienza” di Roma, discuteva del problema progressivo disinteresse delle attività scolastiche dei figli.
Fino alle scuole primarie tutto procede abbastanza bene, i genitori partecipano alle riunioni, anche se non molto numerosi, poi alle medie inferiori un po’ meno, alle superiori la presenze dei genitori sono rare.
De Masi spiegava che nel tentativo di conoscere i genitori degli studenti universitari aveva scritto loro una lettera invitandoli a visitare l’università. Solo due genitori risposero, incuriositi l’avevano contattato, ma a quanto ricordo sarebbe stato meglio se non l’avessero fatto.

Per farla breve il Prof. De Masi avvertiva questo doloroso problema, ma non vedeva soluzioni a breve termine.
In questa sede cerco di analizzare le ragioni di questa diminuzione di partecipazione in una colonna portante della società come la scuola e anche forse un certa diminuzione di considerazione della stessa. Non voglio tentare di attribuire gli eventuali errori a nessuno, ma una lettura dei dati, dei comportamenti finora assunti, un compito non facile, se mi addentro in un tema tanto spinoso è il tentativo di aumentare la partecipazione sia in termini di quantità che di qualità verso le nostre scuole.

L’istruzione e l’educazione dei nostri figli si prende molto tempo della loro vita, pensiamo per una attimo alla prima “consegna” del figlio nelle cure di educatori che per anni trascorreranno molto tempo con i nostri figli, è un lavoro importantissimo, che nelle case signorili di un tempo era affidato a precettori. La fiducia deve stare alla base di un tale rapporto.
Se andiamo molto indietro con gli anni la scolarizzazione di massa non era ben vista, la cultura ha sempre rappresentato il potere, e solo pochi ne erano i detentori.
La Legge Casati del 1859 entra in vigore nel 1860 in un periodo dove si rendeva necessario introdurre l’obbligo di frequenza e i primi due anni del primo biennio furono resi obbligatori e gratuiti, infatti secondo i dati Istat nel 1861 l’analfabetismo maschile era del 74% e quello femminile del 84%, con punte 95% nell’Italia meridionale.

La scuola dell’obbligo italiana risale alla Riforma Gentile (1923) e tra non molti anni compirà un secolo, sono variati di recente il numero degli anni di obbligatorietà , i contenuti sono variati.
Della scuola di un tempo possiamo ricordare con una punta di ironia i fagioli che messi in terra aumentavano il dolore già forte a stare in ginocchio davanti alla cattedra o le bastonate sulle dita, ma non possiamo dimenticare l’autorità degli insegnanti, il rispetto loro dovuto in quanto persone istruite.
La contestazione del ’68 contribuì ad abbassare la qualità della scuola e anche la considerazione da parte degli italiani.
A quasi 50 anni da quei giorni di lotte, sono andato a rileggerne le motivazioni degli studenti universitari.
Siamo in un periodo della scolarizzazione di massa.
Le influenze sui giovani arrivano da comunità hippy, buddismo, induismo, consumi di droghe leggere, fuga dalla società industrializzata.
Ne conseguì un rifiuto di ogni tipo di autoritarismo società, famiglia, scuola.
I giovani si erano resi conto che c’era un potere molto forte nella scuola, ad es. i baroni nell’università.
I baroni esistono ancora oggi, ho letto la recensione di un libro “un paese di Baroni” ne cito alcune righe :
– Paolo Bertinetti, preside della facoltà di lingue e letteratura a Torino afferma di «non aver mai conosciuto nessuno che sia diventato professore solo in base ai propri meriti». Stefano Podestà, ex ministro dell’Università nel 1996 ha dichiarato: «I rettori italiani? La metà di loro è iscritta alla massoneria». Mentre, dati alla mano, Carlucci e Castaldo scrivono che «i rettori hanno famiglia in 25 delle 59 università statali italiane. Quasi il 50% (il 42,3 per l’esattezza) ha nella medesima università un parente stretto, quasi sempre un altro docente». Più chiara ancora la ricostruzione di un dialogo tra docenti nella deposizione rilasciata all’autorità giudiziaria da Massimo Del Vecchio, professore di matematica a Bari – «Se non vengo io, tu non sarai nominato preside» – «Che cosa vuoi in cambio?» – «Due miei parenti falli entrare…». Carlo Sabba, uno dei professori che si è ribellato al sistema dei concorsi truccati, conclude amaramente: «Se non si spezza questa catena, i giovani saranno a immagine e somiglianza di chi li ha arruolati, e tutto rimarrà uguale».
Non ci dobbiamo stupire se le nostre università nelle graduatorie mondiali fanno una pessima figura.
Ora riporto alcuni esempi modelli educativi esteri.
Pensiamo per un attimo al Giappone e al loro imperatore. Si! Non ricordate? Loro hanno ancora l’imperatore ! Ebbene i Giapponesi usano l’inchino come forma di saluto, è un importante gesto di rispetto, tutti hanno l’obbligo di inchino verso l’imperatore, tutti eccetto una categoria , gli insegnanti.
Gli insegnanti in Giappone hanno tanta stima da parte della popolazione, e questo da molto tempo, se si analizzano i comportamenti di certe popolazioni rimaniamo stupiti di quanto siano profonde le origini di certi comportamenti (mi riferisco alla cultura millenaria, la loro storia etc.)
Ho scorso alcuni blog di insegnanti di vari paesi del mondo e in certe nazioni come gli Stati Uniti c’è perfino qualche insegnante che si “vergogna” di svolgere il suo lavoro.
Noi italiani siamo bravissimi nel gioco dello “scaricabarile” , quali potrebbero essere le motivazioni di un un minore controllo, partecipazione e fiducia nella pubblica istruzione ?
I genitori post-68 dovevano esercitare queste attività nei tempi e nei modi previsti, farsi vedere più di quanto invece non hanno fatto.
Non è una scusa affermare di non avere le competenze necessarie.
Non è una scusa la mancanza di tempo da dedicare alla scuola, poteva esserlo quando i lavoratori erano impegnati 10 ore al giorno e anche il sabato, ma ora….
Non è una scusa la delega totale dei figli alla scuola, molti genitori attribuiscono la gestione totale dei figli alle organizzazioni scolastiche.
Se poi si pensa che il tempo trascorso a conoscere le persone delegate all’educazione dei nostri figli, visitare i luoghi dove trascorrono parte della loro vita, sia tempo perso e magari alcuni genitori preferiscano passarlo in un supermercato o alla partita, allora il problema è grave.
Ricordo benissimo il calo della partecipazione progressivo, in certe classi non c’erano nemmeno i genitori per effettuare le votazioni annuali.
Il personale della scuola come si deve sentire con questa carenza di partecipazione?
In mancanza di interesse da parte dei genitori può darsi che insegnanti irresponsabili si sentano autorizzati a non svolgere in modo attento e responsabile il loro lavoro.
Gli irresponsabili ci sono in ogni settore, anche la scuola ha subito l’ingresso di “furbi” atterrati nel pianeta scolastico per lo stipendio sicuro completamente privi del senso di “missione educativa”.
Attenzione! … Se poi sorge qualche problema, allora la partecipazione arriva, e arriva anche troppo, e la scuola non può chiedere ai genitori : – ma prima dove eravate ? –

Il Prof. De Masi sul Corriere in questo mese di Ottobre commenta :
– Qualche tempo fa ho ascoltato un ministro che, per giustificare la mancanza di posti di lavoro, aizzava una folla di giovani contro i vecchi, responsabili, a suo dire, di avere scialacquato le risorse proprie e dei propri figli. Credo di non avere mai assistito, nella mia vita, a un peccato più grave di quello commesso impunemente da questo ministro privo di pìetas, che diabolicamente contrapponeva le generazioni invece di ricomporle in una collettività armonica.
In una società disorientata, dove si è smarrito il discrimine tra bene e male, bello e brutto, vivo e morto, locale e globale, nomade e stanziale, scienza e fede, solo la saggezza della vecchiaia può ripristinare questa armonia.-
Il consiglio di De Masi è il consiglio del saggio e mi unisco a lui più vecchio e più saggio di me e considero che la cosa migliore è mettere da parte ogni rancore.

La fiducia deve ritornare alla base dei nostri atteggiamenti nei confronti della scuola, in fondo è quello che abbiamo, non possiamo averne un’altra, dobbiamo dare fiducia alla scuola, agli insegnanti, e questi si sentiranno investiti della responsabilità necessaria per affrontare il gravoso compito dell’educazione delle nuove generazioni.
Qui nel nostro paese le scuole stanno soffrendo per alcuni problemi di bullismo, credo che come ogni problema che ci si presenta nel corso della nostra vita, la prima cosa è prendere atto che c’è un problema. In molti casi la vittima del bullo subisce e basta. Gli amici di chi subisce se non vuol farlo lui, devono parlarne agli insegnanti.
Ci sono siti specializzati che danno consigli all’individuo come ad es.
http://www.educazione-emotiva.it/bullismo-soluzioni.htm , ma “fare rete” è l’attività che devono esplicare le forze in gioco (psicologi, Asl o altro), i bulli se isolati smetteranno di manifestare la loro nefasta attività peraltro inutile e la scuola potrà dedicarsi di nuovo a formare in modo egregio anche nel nostro paese le future menti di domani.

Vorrei poi affrontare lo spinoso tema della retribuzione degli insegnanti.
E’ un luogo comune “guadagnano un sacco di soldi e lavorano pochissimo ! ”
Vorrei spezzare una lancia a favore degli insegnanti, potete leggere un link con i confronti delle retribuzioni con gli altri paese europei
http://ecolelerbadelvicino.wordpress.com/2013/02/12/i-presunti-privilegi-degli-insegnanti-italiani/

Da poco piu’ di 4.000 euro l’anno della Bulgaria a 104.000 euro l’anno del Lussemburgo e con sistemi di tassazione diversi c’è di tutto, ma chiaramente ogni retribuzione va rapportata al costo della vita locale.
Troppi argomenti vengono trattati sotto un profilo economico, si parla troppo di denaro e poco di futuro, non ci sto a parlare degli stipendi degli insegnanti senza parlare del futuro dei nostri figli.
Il denaro è importante, ma il futuro della nostra società lo è di più, i detentori della somministrazione dell’educazione sono loro, possiamo chiedere che si cambino le regole per un’istruzione diversa, abbiamo modelli parziali da importare da tutto il mondo.
Vogliamo vedere qualche altro modello estero ?
Eccone uno .. la Cina da un breve racconto di un sinologo italiano dopo decine di anni trascorsi in Cina :
– Mi spiegava la mia alunna che le elementari in Cina prevedono lezioni mattina e pomeriggio tutti i giorni dal lunedì al sabato, con anche due rientri serali dopocena e in alcuni casi pure la domenica mattina. I bambini cinesi fanno tutto a scuola, studiano e fanno i compiti. Dal momento che studiano tanto dovrebbero però avere pure una buona conoscenza della lingua straniera, che in genere è l’inglese, cosa che invece non è. L’inglese a livello elementare è insegnato poco e con scarso successo, così come avviene da noi, perché non ritenuto prioritario.-
Aggiungo che questo avviene per 11 mesi l’anno, ah ! , nel mese di vacanze lavorano.

La società sta cambiando troppo in fretta, mentre tutto si è digitalizzato, nelle aule le lavagne con i gessi rappresentano un modello di scuola forse non più adatto ai ragazzi di oggi.
Tanto è stato fatto dagli anni 50 , ripenso al modello pedagogico della scuola di Barbiana, voler respingere il modello di scuola tradizionale, definita “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”, in quanto non si impegnava a recuperare e aiutare i ragazzi in difficoltà, mentre valorizzava quelli che già avevano un retroterra familiare positivo.
Occorre ripensare alla fruizione della scuola nel suo insieme, ma questa volta non da “dentro” e non dai poteri forti dell’economia.
In più parti del mondo si sta chiedendo alla scuola di cancellare le materie umanistiche, letterarie a favore di quelle tecniche, scientifiche ritenute più “utili” alla società.
La scuola non deve rappresentare profitto nell’immediato, è l’anello di congiunzione con le radici della nostra storia, della lingua, abbiamo bisogno di ricordare e tenere di conto di tutto questo.
Ci sono anche paesi che soffrono molto nel settore educativo, nell’Afghanistan le insegnanti donne vengono uccise in quanto portatrici di cultura e conoscenza. Dal punto di vista scolastico non sono nemmeno alla Riforma Gentile rispetto a noi, ma ogni paese ha la sua storia e ogni intervento dall’esterno può essere negativo e fatale per un eventuale cambiamento.
Riporto parte di un intervista ad Habiba Sarabi intervistata da Euronews :
“È molto difficile lavorare come politico, soprattutto perché sono il primo e unico governatore donna. Ma il vero problema è che devo stare attenta a ogni passo che faccio altrimenti tutti punteranno il dito contro di me”.
Euronews: “Una delle sue priorità è l’istruzione delle bambine. Quando i taleban erano al potere era proibita, oltre gli otto anni, e le bambine non erano nemmeno in grado di scrivere i loro nomi, solo poche ci riuscivano. Qual è la situazione adesso nella sua provincia e nel resto dell’Afghanistan?”
Habiba Sarabi:
“Oggi l’istruzione delle bambine sta crescendo. Il 38% del totale degli studenti, il 38% sul totale dell’intero Paese, sono bambine, ma nella mia provincia si sale al 44%. Una cifra che è un po’ al di sopra del livello medio di istruzione nel Paese”.
Quest’ultimo riferimento serve a dare conforto, quindi :
– quando pensate di stare male , ricordate sempre che c’è qualcuno che sta peggio ! –

 

PASOLINI : 1974 – video su Sabaudia e civiltà dei consumi

PASOLINI : 1974 – video su Sabaudia e civiltà dei consumi

Pasolini : una voce fuori dal coro

Sono passati quasi quaranta anni dalla divulgazione di questo video, lui l’intellettuale attento, analizza il tentativo fallito dal fascismo di razionalizzare la provinciale e rustica Sabaudia, un’opera compiuta solo nell’aspetto estetico. La predizione del futuro è azzeccata, gli italiani, perso il ricordo della civiltà contadina si sarebbero trasformati in barbari, genti senza storia e senza radici.

TERRE INCOLTE

TERRE INCOLTE

La nuova S.S. 429 da Ponte a Elsa a Poggibonsi passerà da Castelfiorentino toccando lo splendido paesaggio della Valdelsa.
Il percorso è molto bello, con suggestivi scorci nelle campagne. Se si va a vedere bene però molti terreni sono incolti, e le ragioni sono svariate, non sono un esperto del settore, ma le cause oltre alla parcellizzazione, improduttività, ma anche al fatto che vengono erogati contributi per tenere il suolo incolto.
Di recente l’amministrazione comunale ha fatto una proposta per i terreni di loro proprietà

Vuoi-adottare-unarea-pubblica-Il-Comune-la-cede-per-tre-anni-ma-lassociazione-in-cambio-fa-manutenzione

E’ una buona cosa, è sentita l’esigenza di lavorare i terreni anche solo per toglierli dall’inattività, certo l’amministrazione non ha margini di potere sulle terre incolte dei privati.

La domanda sorge spontanea :
quali soggetti possono promuovere la riattivazione di lavori nelle terre incolte pubbliche e private ?

Ci sono esempi in rete , ne ho trovati alcuni interessanti in Liguria parco delle cinque terre
http://www.bioeccellenze.org/index.php?option=com_content&view=category&id=35%3Acinque-terre&layout=blog&routeUsed=yes&Itemid=9

Dovremmo dare impulso e ritorno allo sviluppo dell’agricoltura e allevamento a livello locale , inizialmente assistito , assegnando appezzamenti di territorio destinato all’uso agricolo di prodotti naturali , basso utilizzo di pesticidi chimici , favorendo la cooperazione tra cittadini espulsi dal mondo del lavoro indigenti . Favorire l ‘utilizzo delle delle fonti rinnovabili e le tecnologie disponibili per produrre energia a basso impatto ambientale

Vorrei analizzare il fenomeno dell’abbandono dei terreni con una visione più ampia :

– il terreno abbandonato oltre a non dare frutti alla popolazione (l’unico che percepisce denaro è il proprietario e i soldi gli arrivano dalle nostre tasse)
– il terreno sodo non fa penetrare l’acqua, quando piove l’acqua corre più veloce sui terreni, si verificano con facilità smottamenti e frane, e nella nostra zona abbiamo le inondazioni tra i ricordi più brutti

ho trovato questo documento che lo conferma :

E’ tutto pazzesco! Danno i soldi per mantenere i terreni incolti
giovedì 12 novembre 2009 di Marco Mandelli
Oggi alle ore 12,35 RAI Radio Uno mandava in onda la trasmissione “La radio ne parla”. Gli argomenti erano: terre abbandonate, la redditività in agricoltura, nuove modalità di gestire il territorio.
Un’ascoltatrice, coltivatrice diretta, lamentava l’abbandono di molti appezzamenti agricoli, complice la PAC, la politica agricola comunitaria dell’Unione Europea, che PAGA I PROPRIETARI PER TENERE INCOLTI I PROPRI TERRENI (“purché mantenuti in buone condizioni agronomiche” recita la normativa).
La cosa, nota da tempo, inquadrata in un’ottica più ampia, quella della gestione e del dissesto idrogeologico del territorio, assume dei connotati inquietanti.
Quei grandi geni dei legislatori comunitari (dell’Unione Europea) cosa stabilirono anni fa? Per mantenere alti i prezzi dei prodotti agricoli, soprattutto quelli di Francia e Germania, hanno definito norme che hanno reso il mercato europeo chiuso e protezionistico, dando sussidi e contributi da una parte, e contingentando le produzioni dall’altra (vedasi quote latte).

Tra le varie fesserie approvate, ecco spuntare qualche anno fa i contributi per dismettere alcune coltivazioni, fino ad arrivare ai soldi per tenere i terreni “a riposo”.
In un mondo dove UN MILIARDO DI PERSONE CREPA DI FAME, IN EUROPA TENIAMO I TERRENI “A RIPOSO”! Aiuto, la razza umana è impazzita, voglio andare su un altro pianeta!
Perché non viene coltivata la terra?
Da una parte c’è la concorrenza internazionale (ad esempio l’olio nordafricano costa meno del nostro), dall’altra i prezzi dei prodotti agricoli non li decidono i contadini ma la GRANDE DISTRIBUZIONE. Se un prodotto sullo scaffale del supermercato arriva a costare due Euro, al coltivatore viene pagato solo venti centesimi. A parte le speculazioni che si creano strada facendo, all’agricoltore non conviene più coltivare.
Dai oggi e dai domani, con quest’andazzo incrementano LE TERRE INCOLTE. Terre incolte = degrado e dissesto.
Si, perché l’agricoltore E’ IL GUARDIANO DEL TERRITORIO. Se l’agricoltore non pratica più la coltivazione di cereali, frutta ed ortaggi e la silvicoltura (la gestione dei boschi) gli strati superficiali dei terreni non sono più ancorati a quelli sottostanti e, se situati in pendìo, vengono giù alle prime piogge torrenziali, generando morte e distruzione. Oppure, all’estremo opposto, si favorisce la desertificazione, anch’essa legata, come le forti piogge, ai cambiamenti climatici in corso.

E’ inutile lamentarsi. Assisteremo sempre più a tragedie come quella del messinese o all’inaridimento di intere regioni. Sono disastri creati dagli esseri umani.
Da qualche tempo c’è poi il business dei “campi fotovoltaici”. Grazie ai generosi contributi statali, è in atto l’accaparramento (anche da parte della criminalità organizzata, che è presente ovunque ci siano lucrosi affari) di vasti terreni dove installare grandi impianti per la produzione di energia elettrica di origine fotovoltaica. L’energia solare di tipo fotovoltaico deve prima di tutto rivolgersi alle coperture già esistenti (tetti delle abitazioni civili, delle fabbriche, delle strutture commerciali) e solo in ultima istanza andare ad occupare la nuda terra, che deve essere lasciata libera per essere coltivata.
La terra rende poco? Cerchiamo coltivazioni più redditizie, anche a scopo energetico, come si sta già facendo da tempo con la SHORT ROTATION FORESTRY (coltivazioni boschive a ciclo breve) o con la coltivazione dei semi oleaginosi per il biodiesel (ad esempio la colza).

NON ABBANDONIAMO LA TERRA! L’Italia deve mantenere una sua agricoltura: Se dovesse scoppiare una crisi internazionale o peggio ancora una guerra, con conseguente blocco o rallentamento dei commerci, che cosa ci mangeremo? Aria fritta e sassi, che ahinoi, non sono molto nutrienti.
Dobbiamo incentivare il ritorno alla terra che, per fortuna, sta già in parte avvenendo. Molti “cittadini” decidono di ritornare a madre natura e avviano attività agricole innovative (agricoltura biologica, fattorie didattiche, agriturismi). Molti giovani cercano la loro realizzazione nella terra.
Non è più come una volta, laddove il contadino era considerato alla stregua di un “sottosviluppato”. Oggi l’agricoltore ha una nuova dignità, derivante anche dal fatto di lavorare in un settore fondamentale, non a caso classificato come “primario” .
Oltretutto, grazie alle tipicità come DOC, DOP, IGP ecc. , l’agricoltore contribuisce alla immagine dell’Italia: l’enogastronomia e l’enoturismo sono voci importanti della nostra bilancia dei pagamenti internazionali e della CULTURA del nostro Paese.
L’argomento è sterminato. L’importante è capire che dobbiamo DIFENDERE E VALORIZZARE LA TERRA. Ne va del nostro futuro.

La diminuzione del personale addetto al settore “primario” (agricoltura) è cominciata a ridursi oltre 60 anni fa in Italia, ma da quest’anno … :

http://www.greenreport.it/news/agricoltura/crisi-agricoltura-in-controtendenza-in-italia-nel-primo-trimestre-2013-segnali-di-ripresa/

Per accelerare questa tendenza si potrebbero ridurre i contributi ai terreni incolti, se non si può, anche tassarli con un’aliquota che so del 10% o anche maggiore, (l’ente tassatore l’amministrazione comunale, previa verifica del terreno incolto) questo denaro permetterebbe alla stessa amministrazione di reinvestirla sempre nell’ambiente con gare di appalto simili a quella citata all’inizio.