Parasite e 37 seconds

Parasite e 37 seconds

Un articolo con due recensioni? Perché? Ho visto questi due film nell’ultimo mese e ne voglio parlare, aggiungendo alcune riflessioni.

Parasite

Regia di Bong Joon-ho del 2019 – Corea del Sud

L’ho visto al cinema poco prima del Coronavirus. Si tratta di un film di produzione di Sud-coreana, tratteggia la lotta di classe in un paese orientale, afflitto dagli stessi problemi dei paesi occidentali, nella modifica della piramide dei bisogni si inserisce il wifi,  due storie familiari si intersecano in un vortice di inganni, rancori, per finire in un epilogo di efferata violenza. Ma non è lo stesso tema del film Miseria e nobiltà del 1954 tratto dall’opera teatrale di Eduardo Scarpetta del 1888? La storia si ripete, ma con armi diverse. Nel film con Totò l’uso dell’ironia ora sostituito con la violenza del film Parasite.

Successo assicurato.

Al cinema alcuni spettatori vicino a me (quel giorno lo spettacolo era ancora consentito, purché si fosse a un metro di distanza) sono rimasti disgustati dalle certe brutali.

Con un film spesso un regista racconta anche lo spaccato di una società e ne vengono colti certi aspetti eclatanti.

Non mi voglio dilungare troppo su un film dove ormai hanno scritto tanti e troppo.

37 seconds

Regia di Hikari 2019  –  Giappone

Un film che ho visto alcuni giorni fa con Netflix.

37 seconds è un film giapponese della regista Hikari del 2019. Non è stato facile seguirlo bene in lingua francese con sottotitoli in italiano, ma ne ho apprezzato il doppiaggio, la naturalezza della protagonista, ma soprattutto la storia, una storia dove l’amore sprigiona in ogni fotogramma, ogni suono, ogni immagine.

Il filo conduttore è l’amore materno, madre-figlia, protettivo opprimente, dal quale la figlia Yuma, disabile cerebrolesa riesce a liberarsi dopo molti sforzi.

Nell’esercizio di superare barriere architettoniche ogni giorno Yuma si esercita, lo sa fare bene, ha perfino imparato ad essere autonoma entro certi limiti, ma il superamento delle barriere familiari, dell’iperprotezione è la vera sfida che le si presenta.

C’è l’aspetto della disabilità che passa in secondo piano rispetto alla narrazione nel suo complesso.

C’è il disegno, da molti definito lo specchio dell’anima, l’artista Yuma prende coscienza delle sue capacità quando si accorge che la sua collaboratrice prende i meriti delle sue opere.

C’è l’aspetto della gentilezza, Yuma non riesce a odiare nessuno da tanto è permeata dall’amore.

Ma l’amore a senso unico non funziona, Yuma non riesce a restituirlo dopo che tanto ne ha ricevuto.

Ci prova, va a cercare lavoro come disegnatrice manga, ma nello studio grafico la direttrice capisce dai suoi disegni non realistici che lei non ha mai avuto rapporti sessuali, le consiglia di averli quindi di perdere la verginità  e poi di ritornare. Le sbatte in faccia una verità: le opere di un’artista, specie nel disegno sono il proprio vissuto. Yuma non sa cos’è il sesso e per disegnarlo decide di provarlo.

Inizia un percorso  che la porterà scoprire verità sulla sua disabilità, su suo padre, fino al finale del film che per onestà non rivelo, perché è come rivelare il finale di un giallo.

A differenza di un giallo dovrete preparare una confezione di fazzoletti, perché l’amore della madre riversato su Yuma tornerà come un boomerang sulla madre, sulla famiglia e credo anche sugli spettatori.

I punti più alti e commoventi sono raggiunti: in una immagine di lei sulla carrozzina, con i capelli al vento, il profilo della testa più alto rispetto all’inizio del film e un non comune sorriso di felicità di vivere; l’altro invece quando ringrazia i 37 secondi di assenza di aria alla nascita responsabili di averle procurato il danno cerebrale permanente con compromissione delle sue capacità di movimento, ma le hanno permesso di essere quella che è.

La sessualità repressa e inesplorata di Yuma è il vaso comunicante attraverso il quale la regista Hikari ci mostra la società giapponese dei manga, dei sex-toys, della pornografia e ogni altra modalità per evitare connessioni umane dirette.

Anche questo film, come Parasite mostra lo spaccato della società giapponese, e senza usare la violenza riesce ad arrivare nella profondità dell’animo, un vero peccato che la sua diffusione sia stata limitata.

Riflessioni

Dopo queste due brevi recensioni voglio dire due parole sulla modalità di acquisizione di contenuti video di ognuno di questi film.

Parasite: visto al cinema con i vantaggi del cinema, l’audio della sala, all’uscita ci si può ritrovare con gli amici per i commenti, ma i suoi svanataggi, i cinema ormai hanno un menù fisso come i ristoranti self-service, c’è solo quello che distribuisce la distribuzione.

Nel vecchio cinema nel mio paese dopo trenta anni di chiusura tra non molto ci realizzeranno una galleria di negozi, come se non bastasse vengono a mancare i luoghi di ritrovo dove persone giovani o meno giovani possano scambiarsi due parole. Tutto viene sostituito, ora al posto dei cinema ci sono i social e siamo diventati tutti i pantofolai infervorati a scrivere di tutto e di più.

37 seconds: visto su Netflix, una potenza in grado di offrire film di molte nazionalità, su ogni tipo di dispositivo digitale, una specie di cinema social, una sorta di Amazon dei libri, resa agli ultimi tentativi di riaprire i cinema di periferia, ma una potenza tale da produrre essa stessa cinema di qualità.

Chi è in grado di giudicare cosa è meglio?

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