CARABINIERE

CARABINIERE

Un caldo soffocante permea il giardino del paese mentre la festa paesana, un palio con contrade e carri, si avvia verso la conclusione con la folla pressata nelle vie.

Con mia moglie me ne sto sulla panchina senza condividere la gioia dei contradaioli.

Non è il mio paese e poi il baccano non mi piace molto.

Sono arrivato qui da pochi anni per stare vicino a mio figlio.

Ora l’unica cosa che posso fare è vivere nei ricordi, ma è così forte la paura di dimenticarli che li ripeto, continuamente.

Con la scusa del tempo meteorologico, appena una coppia si dispone sulla panchina dove siamo seduti, accendo la radio dei ricordi e divagando a caso racconto la mia vita.

Mi ripeto. Lo faccio troppe volte. Il giovane mi ascolta ugualmente. Non so che età abbia. Non è importante: mi ascolta.

Sciorino quel che posso ricordare e quel che è stato utile nella mia vita.

Sono quel giovane prestante carabiniere dai luoghi della Sicilia trasferito in un paese lontano.

Un pesante fardello di responsabilità: carabiniere da sette generazioni.

Ti trovi ad esercitare un mestiere indispensabile per la società.

Ma è qualcosa di più di un mestiere per me.

Racconto al giovane uno dei momenti più toccanti della mia vita.

Uno dei primi incarichi era la sorveglianza in un carcere. Nell’immediato dopoguerra per qualche disattenzione i carcerati se ne erano fuggiti dalle celle e si erano trincerati sui tetti.

Non dovrebbe accadere, ma ti ci trovi.

Ci devi essere per capire cosa provi, come in una rapina in banca.

Feci loro un discorso, come un padre, come un amico, dissi loro che stavo facendo il mio lavoro, che si può sbagliare tutti, e… scesero dal tetto senza fare resistenza.

Non sono stato un carabiniere con ruoli importanti: mi avevano incaricato delle estradizioni e del trasferimento dei detenuti.

A quei tempi non c’erano le auto della polizia attrezzate o i furgoni blindati: dovevamo prendere le auto a noleggio da privati.

Dovevo anche mettere le catene e le manette ai detenuti.

Ho sempre avuto paura di far loro male. Le manette si potevano serrare in tanti modi e cercavo di stringere il meno possibile. Come una corda: la puoi tirare, ma non la devi rompere.

Il mio rispetto per gli altri mi ha garantito una vita tranquilla e mi sono sempre trovato bene.

Quest’ultima frase la ripeto troppe volte. Il giovane mi guarda senza dire nulla, forse vorrebbe avvertirmi che l’ho già detto, ma lascia correre, accetta le mie repliche e mi ascolta.

Anche quando gli racconto di come finì il periodo di carabiniere.

Una legge del 1940 aveva stabilito che i sottufficiali si potevano sposare solo dopo il ventottesimo anno di età.

Già c’erano gli usi della mia regione ad essere rigidi. Non avevo più l’età per una “fuitina” e l’arma non mi consentiva di sposare la donna amata fino alla sua età canonica.

Poi il limite fu portato a trenta anni, con una legge del 1956. Mi sposai, ma lasciai l’arma.

Ho lavorato fino alla pensione per una azienda di vigilanza.

Ora me ne sto qui a ripetere le cose belle che voglio ricordare affinché mi accompagnino per il resto della mia vita.

 

parte di questo racconto è stato pubblicato nel libro “Spunti di vista ” di Roberto Francalanci    per acquistare il libro in formato digitale di Roberto Francalanci su Amazon

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