ALLA STAZIONE

ALLA STAZIONE

Libri, smartphone, tutti a capo chino, osservano senza guardare, come diretti al vuoto.

Solo un capellone occhialuto contro il sole sembra cercare uno specchio per una ennesima approvazione di essere bello davvero. I muscoli della faccia rilassati, seduto su una delle panchine verdi traforate di rettangoli e gambe accavallate in attesa di una lei. Chi sarà la fortunata?

Un bassotto accoccolato su un obeso padrone ansimando lo osserva curioso, una linguetta si affaccia dal piccolo muso.

Fioccano telefonate intorno a me, suonerie strane come tuoni vicini e lontani in un temporale estivo.

Si alternano risposte e silenzi. Poi un treno con grande stridore si ferma al binario 8, davanti al bellantonio.

Non vedo più nulla dal mio binario 9. Con il treno davanti non posso più vedere chi scende, sale o saluta.

Altro stridore, altro treno, questa volta sul binario 9. Non è il mio treno, ho ancora quindici minuti per per scrivere: sembra un’eternità.

Accanto a me una simpatica negretta con accento fiorentino. Se non avesse parlato al telefono alla madre avrei provato ad indovinare la nazionalità.

Lei si osserva l’abbronzatura sulle scarpe bianche. Anche loro si abbronzano. Io non ci credevo, ma è così e mi sono documentato anche! Le arriva un’altra telefonata e mentre risponde fuma e il vento soffia il fumo tutto verso di me, mi permette di fumare il suo fumo.

Io ho smesso quaranta anni fa, mi dà quasi noia, la nicotina entra prepotente nei polmoni.

I treni se ne vanno. Il bellantonio al binario 8 non c’è più e nemmeno il bassotto con il padrone obeso.

La giornata con i suoi trenta gradi ci regala sole e caldo umido causa la pioggia di stanotte.

Un temporale non è stato sufficiente a far diminuire la temperatura.

Un treno in transito sposta l’aria e anche i lunghi capelli di una giapponese con cappellino di paglia.

La giapponese è insieme ad una amica dai lineamenti europei. Ma non è italiana, ormai ho lo sguardo esercitato. Si siedono ad una panchina vicino alla mia. Parlano italiano entrambe, incredibile!

Cerco di fare supposizioni sul perché sono lì in stazione, non mi viene a mente nulla.

La meraviglia è che abbiamo trovato un linguaggio comune.

Come negli anni cinquanta, quando il latino era obbligatorio in molti paesi europei e studenti francesi e italiani, non conoscendo le rispettive lingue, scoprivano di poter parlare in quella lingua antica, ma utile all’occasione.

Quando ci si impegna si trova quel denominatore comune, le frazioni si appiccicano fra loro per fare tanti mezzi per formare un intero.

E un ricordo lo conferma. Quando in un viaggio in Turchia conobbi uno spagnolo parlava benissimo l’italiano. Era venuto a trovare un amico turco e me lo presentò. Anche lui parlava bene italiano: mi raccontarono di essere studenti della università di Perugia. Entrambi usavano l’italiano come lingua comune.

Una lingua, un punto d’incontro.

Sotto l’orologio del binario 9 un display annuncia il mio treno in arrivo.

Mentre lo vedo in lontananza decido di cambiare la modalità da investigatore-osservatore con l’ indagine attiva.

All’arrivo del treno scendono decine di viaggiatori. Scorgo la giapponese con l’amica europea che salgono sul mio treno che è anche il loro e le seguo.

Si siedono vicino ad un pendolare assonnato e bilioso. C’è ancora un posto, è per me, chiedo se è libero. Mi sistemo cercando di non invadere la loro privacy.

So bene che gli stranieri non gradiscono molto le intrusioni sulle loro vite personali, ma le due amiche parlano italiano. Spero avranno imparato che oltre la lingua c’è il nostro modo cordiale e socievole di comportarsi con gli altri.. Sono evidentemente più giovani di me, scopro che sono dirette a Siena, calcolo che ho un’ ora di tempo per conoscerle.

 

questo racconto è stato pubblicato nel libro “Spunti di vista ” di Roberto Francalanci    per acquistare il libro in formato digitale di Roberto Francalanci su Amazon

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